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Palestifrenìa

Non di rado capita che gli psichiatri siano matti, anche più dei loro stessi pazienti. Se poi il dottore in questione soffre di palestifrenìa, il rischio raddoppia.

La palestifrenìa è una forma di schizofrenia, diffusa in tutto il mondo. Chi ne è affetto soffre di un grave sdoppiamento della personalità: all'esterno c'è il brav'uomo di tutti i giorni, apparentemente normale e integrato nella società;  dentro alla testa, invece, c'è  uno strano mister Hide che ripete con la sua voce minacciosa per tutto il giorno e per tutta la notte "Palestina Libera, Palestina Libera!"



L'individuo in questione, ovunque sia nato e ovunque viva, è ossessionato dal pensiero di essere stato defraudato del desiderio cui è più affezionato: la "Palestina" liberata da sionisti.

Se è cristiano, sogna una nuova crociata che cancelli i perfidi giudei. Se è ebreo, passa la vita in giro per il mondo
ad autoflagellarsi e a dire che lui non è come gli altri, e che sarebbe contento di vedere abbattutti tutti i muri, anche il Muro del Pianto.



Se il malato in questione è  infine musulmano, dedica la giornata a pregare Allah affinché cancelli l'entità sionista e restituisca quella terra occupata ai legittimi proprietari arabi che l'abitavano fin dal lontano Giurassico.



Fintanto che il soggetto in esame è disarmato, il pericolo per la comunità che lo circonda è contenuto: al massimo potrà infettare qualcun altro psichicamente debole.


Purtroppo però il palestifrenico musulmano prova sempre un'attrazione irresistibile per armi ed esplosivi e non di rado tende ad arruolarsi nelle Forze Armate del suo paese, pur di avere accesso a quella che per lui è una vera cuccagna.



In quel caso la tragedia è inevitabile.



Il caso finito in cronaca ieri è quello di Nidal Malik Hasan, psichiatra militare americano di 39 anni. La sua palestifrenìa (di cui si ha prova dai documenti sui cui lui dichiara di essere di nazionalità "palestinese" sebbene sia statunitense) l'ha spinto a compiere l'ennesima strage di innocenti al grido di Allah Akbar.


Fra qualche giorno sarebbe dovuto partire per l'Iraq ed, essendo lui musulmano, l'idea di poter uccidere degli altri musulmani non gli andava a genio.

E già, perché quando si è in guerra nessuno dà importanza alla religione del nemico. Solo i cittadini musulmani dei paesi occidentali fanno questo distinguo: io altri musulmani non li ammazzo, neanche se stessero per spazzar via il mio paese. Piuttosto ammazzo i miei concittadini infedeli!


Il caso di Hassan è stato accostato a quello di un altro soldato, Hasan Akbar. Californiano convertito all’Islam, entra nell’esercito e fa parte del contingente americano schierato in Kuwait. Nel marzo 2003 uccide due commilitoni. Il racconto che emerge da una sorta di diario e dalle testimonianze della madre parla di «discriminazione». Inoltre Akbar non era disposto a sparare su altri musulmani ma temeva, in quanto soldato, di essere costretto a farlo. Il presunto movente personale di Malik Hassan non esclude però altre ipotesi. L’Fbi vuole accertare se dietro la sparatoria non ci siano anche motivazioni politiche. La crisi interiore – in base ad uno scenario disegnato da alcuni osservatori – può essersi saldata con un’opposizione portata agli estremi nei confronti della guerra. Una pista rafforzata dai testi lasciati su un blog che potrebbero essere stati scritti proprio dall’assassino circa sei mesi fa. In un messaggio l’autore fa un elogio degli attentatori suicidi. Una traccia interessante che viene studiata in queste ore dall’investigatori federali.

http://www.corriere.it/esteri/09_novembre_06/profilo-killer-fort-hood-guido-olimpio_175f1b8e-ca9e-11de-89f9-00144f02aabc.shtml

Pubblicato il 7/11/2009 alle 8.30 nella rubrica diario.

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