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con la stoffa di re Salomone e l'occhio rapido dello scugnizzo

 

Falcone, che peccato...
post pubblicato in archivio, il 25 maggio 2012
Leggere certe affermazioni nell'articolo di Sandro Viola (fatto sparire ad arte dagli archivi web di Repubblica) non mi sorprende affatto. Lui è un campione mondiale nel suo genere. E, del resto, perché mai dovrei sorprendermi per uno che ha scritto cose anche peggiori, soprattutto parlando di ebrei e Israele?
Buona lettura.

Falcone, che peccato…
di Sandro Viola


D’un uomo come Giovanni Falco­ne, il magistrato che alla metà degli anni Ottanta, dal suo posto alla Procura di Palermo, inflisse alcuni duri colpi alla mafia, si vorrebbe dire tutto il bene possibile. O quanto meno, per evitare di trovarsi nel­la pessima compagnia di certi suoi detrattori, non si vorrebbe dirne male. E tutta­via, da qualche tempo sta diventando diffi­cile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato.

Egli è stato preso, infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana — a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica —, spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera, con il prof. Sgarbi, con i leaders di partito, con i conduttori di «talk-shows», con gli allenatori di calcio, insomma con tutti coloro che ci affliggono quotidianamente, nei giornali e alla televisione, con le loro fumose e insopportabili logor­ree.

Ecco quindi il magistrato Falcone, oggi ad uno dei postì di vertice del ministero di Grazia e Giustizia, divenuto uno dei più loquaci e prolifici componenti del carrozzo­ne pubblicistico italiano. Artìcoli, interviste, sortite radiofoniche, comparse televi­sive. E come se non bastasse, libri: è uscito da poco, infatti, un suo libro-intervista dal titolo accattivante, un titolo metà Sciascia e metà «serial» televisivo, «Cose di cosa nostra», che con il suo suono leggero, la sua graziosa allitterazione, a tutto fa pensare meno che ai cadaveri seminati dalla mafia. Concludendo: ecco il giudice Falcone en­trato a far parte di quella scalcinata com­pagnia di giro degli autori di «instant books», degli «opinionisti al minuto», dei «noti esperti», degli «ospiti in studio», che sera dopo sera, a sera inoltrata — quasi un «memento mori» —, s’affacciano dagli schermi televisivi.

Né il giudice Falcone può invocare la sua esperienza del crimine, e del crimine mafioso in particolare come giustificazione di tanti interventi. Certo, ci sono mate­rie in cui la parola va data al «noto esperto»: la gastronomia, poniamo, il giardinag­gio, il salvataggio dei monumenti. Nulla osta, infatti, acché queste materie venga­no trattate in tutta libertà, col più esplicito dei linguaggi. Ma parlare di crimine quan­do si ricopre un’altissima carica nell’amministrazione della giustizia, è diverso.

Intanto, si pone il problema formale della compatibilità tra la funzione nell’apparato statale e l’attività pubblicistica. E poi c’è un elemento sostanziale. Trattare la materia mafiosa quando si è, allo stesso tempo, un magistrato coinvolto a fondo nella lotta alla mafia, impone un riserbo. Costringe, se non proprio all’evasività, a discorsi generici. Infatti, dal dr. Falcone lo spettatore televisivo, il lettore dei suoi articoli, ricaverà quasi sempre molto poco. Perché quello che il direttore degli Affari Penali sa, non può certo essere detto interamente; e quello che pensa — se appena l’argomento è un po’ delicato —, va detto con estrema cautela.

Il risultato è che le esternazioni del dr. Falcone risultano quanto mai nebulose. Così, qualcuno penserà che egli non sa niente di niente sulla criminalità organizzata, un altro crederà che lancia messaggi trasversali, un altro ancora ri­terrà che ciurla nel manico, un ultimo so­spetterà che non sa esprimersi. E dunque che senso può avere il pronunciarsi (come il giudice Falcone fa così di frequente), quando il decoro della funzione giudiziaria, gli obblighi di discrezione connessi alla carica, impediscono giustamente d’essere troppo espliciti? Non si potrebbe rispondere alle segretarie di redazione del Tg2 e del Tg3 che telefonano per organizzare una trasmissione, «Grazie, ma sono occupato»?

Beninteso, rimproverare al giudice Falcone di contribuire senza risparmio al «ronzio incessante di commenti estetici, di opinioni al minuto, di giudizi pontificali pre-imballati che invadono l’etere», sarebbe più pertinente in un altro paese che non l’Italia. In Italia, si sa come stanno le cose. Il primo a violare giornalmente ogni obbligo di riserbo, di misura, di rispetto per la propria funzione, è il primo cittadino della Repubblica. E di fronte a tanto disprezzo delle regole da parte di chi, per primo, dovrebbe servire da esempio, illu­strando le virtù della discrezione e della compostezza, prendersela col dr. Falcone può risultare ozioso.

Ma è il passato del giudice Falcone, che induce alla critica. Non lo si tirerebbe in ballo se egli fosse uno dei tanti magistrati che si sono messi a far politica, ad ammor­bare con la loro prosa indigeribile le pagi­ne dell’«Unità», ad esibire le loro parlanti­ne in televisione. Ma la capacità con cui egli svolse i suoi incarichi alla Procura di Palermo, la stima che suscitò in tanti di noi, costringono ad esprimere uno stupore, una riserva, sull’eccesso di verbosità con cui egli va conducendo questa secon­da parte della sua carriera. Perché nessu­na regola o consuetudine prevede che i magistrati tengano una «rubrica fissa» sul crimine. Perché nessun paese civile ha mai lasciato che si confondessero la magistratura e l’attività pubblicistica. E dun­que non si capisce come mai il dr. Falco­ne, se proprio tiene tanto al suo nuovo ruolo di «esperto in criminalità mafiosa», non ne faccia la sua professione definitiva, abbandonando (questo sì, questo sa­rebbe inevitabile) la magistratura.

Qualcuno mi dice che le continue sortite del giudice palermitano avrebbero un loro scopo, peraltro apprez­zabile: quello d’illustrare, propagandare, i due organismi varati recentemente per combattere meglio la mafia, la cosiddetta Superprocura e la Dia. Personalmente, considero la Superprocura e la Dia due misure sensate (e che mi auguro risultino efficaci), mentre mi sfuggono le ragioni di chi invece le avversa. Ma quanto al propagandarle, il direttore degli Affari penali avrebbe altro modo che non il presenzialismo di cui s’è detto. Due interviste all’anno — chiare, circostanziate — sarebbero infatti più che sufficienti.

Quel che temo, tuttavia, è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio d’interviste all’anno. La logica e le trappole dell’informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine,del tutto equilibrati. L’apparire, il pronunciarsi ingenerano ad un certo momento come una «dipendenza», il timore lancinante che il non esibirsi sia lo stesso che non esistere. E scorrendo il libro-intervista di Falcone, «Cose di cosa nostra», s’avverte (anche per il concorso d’una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi.

E, si capisce, la fatuità fa declinare la capacità d’autocritica. Solo così si spiegano le melensaggini di «Cose di cosa nostra». Frasi come: «Questa è la Sicilia, l’isola del potere e della patologia del potere»; oppure: «Al tribunale di Palermo sono stato oggetto d’una serie di microsismi…»; oppure ancora: «Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a più non posso e non m’erano necessarie particolari illuminazioni per capire che la mafia era una organizzazione criminale». Dio, che linguaggio.

A Falcone non saranno necessarie, ma a me servirebbero, invece, due o tre « particolari illuminazioni»: così da capire, o avvicinarmi a capire, come mai un valoroso magistrato desideri essere un mediocre pubblicista.

(Da Repubblica del 9 gennaio 1992, si ringrazia l'Emeroteca Tucci di Napoli)


Mai più come a Gush Katif !
post pubblicato in archivio, il 26 aprile 2012
La vera munnezza d'Italia ha nome e cognome
post pubblicato in archivio, il 3 novembre 2010
Silvio Berlusconi
criminale
piduista
mafioso
amico dei dittatori
pedofilo e omofobo dichiarato




In una sola parola
MUNNEZZA

Intervista a Dio
post pubblicato in archivio, il 29 ottobre 2010
Intervista a Dio
 
Salve signor Dio, sono un giornalista freelance e vorrei intervistarLa per conoscere il Suo punto di vista sulle tematiche che La riguardano più da vicino.
 
Dio - Faccia pure, sono a Sua completa disposizione.
 
Si sente soddisfatto di aver creato questo mondo?
 
Dio - Mha, per certi versi sì, per altri no. Ad esempio, sono molto orgoglioso degli anelli di Saturno, ma non mi piace affatto come mi sono riusciti gli asteroidi...
 
Chiedo scusa, sono stato un tantino impreciso nel formulare la domanda. Per "mondo" intendevo limitarmi al pianeta Terra.
 
Dio - Eh, la Terra... molto carina da guardare dallo spazio con quel bel cielo blu venato di nuvole bianche... Niente male, è uno di quei pianeti su cui ho messo anche i vegetali e gli animali.
 
Cosa ne pensa del cosiddetto "genere umano"?
 
Dio - Il "genere umano"... be', mi fa lo stesso effetto degli asteroidi: non è venuto granché.
 
Qual è a Suo giudizio il peggior difetto del  "genere umano"?
 
Dio - Bella domanda! In verità, non so da dove prendere il principio. Per fare prima potremmo parlare dei pregi che forse si contano con un dito solo, o forse ne basta anche mezzo...
 
In particolare, cosa ne pensa delle religioni?
 
Dio - Direi che sono la più grossa cavolata che si potesse inventare. Alcune le trovo inutili, altre dannose se non addirittura offensive nei miei confronti.
 
L'Ebraismo?
 
Dio - Uhm... Ah sì, quello dei due vecchietti che volevano a tutti i costi un figlio. E lui dapprima mise incinta la colf straniera poi (non si sa in virtù di quale miracolo) rimase incinta pure la moglie. Nato il pargolo, il vecchiaccio già alle prime colichette notturne era sul punto di sgozzarlo, quando fu sorpreso da sua moglie. E lui cosa disse? Che ero stato io a ordinarglielo. Cose dell'altro mondo! Al "genere umano", io ho dettato solo le 10 tavole della Legge a quel tizio balbuziente,  sperando che le scrivesse senza errori d'ortografia e senza stravolgerne il significato, e raccomandandomi di non dire a nessuno che gliele avevo passate io, per non alzare un polverone inutile. Lui invece che fece? Uno: le scrisse maluccio; due: disse a tutti che ero stato io a dettargliele parlando da un cespuglio in fiamme. Che cazzata!
 
Il Cristianesimo?
 
Dio - Quando sento parlare di cristianesimo mi prende un diavolo per capello. Tanto per cominciare, voglio mettere bene in chiaro una cosa: io sono un essere infinito, eterno, immateriale e soprattutto asessuato; di conseguenza non potrei mai e poi mai sentirmi attratto dalle bellezze femminili, e men che meno da quelle delle minorenni. Perciò, si smetta di diffamarmi insinuando che io abbia messo incinta una ragazzina e che questa abbia poi partorito mio figlio! Quel tizio di Nazareth non era altro che una delle tante persone che, a un certo punto della loro vita, decidono di "scendere in campo". Lui (a differenza di tanti altri) aveva perfino nobili ideali, non lo metto in dubbio, gli premeva di preservare il valore delle mie 10 tavole (e per questo gli sono grato!), ma non aveva un buon piano d'azione o una loggia segreta che lo spalleggiasse... così è finito in croce. E' noto a tutti che, disgraziatamente, in seguito si sono compiute numerose atrocità in nome suo.
 
L'islam?
 
Dio - L'islam? Ah sì, la religione inventata dal quel tizio che aveva passato tutta la vita a fare bagordi, poi a un certo punto ha scoperto di aver messo su troppa pancia e ha iniziato a odiare le donne (prima fra tutte le tentazioni terrene!) dando loro la colpa di ogni male, e scoprendo nel contempo di essere attratto dal posteriore maschile... per questa ragione inventò la preghiera a chiappe all'aria.
 
L'induismo?
 
Dio - Le prime soap-opera di Bollywood... solo che non c'erano ancora la televisione e il cinema.
 
Il buddismo?
 
Dio - Un modo un tantino egoistico di scimmiottarmi, inventato da un tizio che aveva imparato come vivere beato in mezzo ai guai altrui, fregandosene altamente di tutto e di tutti.
 
Il confucianesimo?
 
Dio - Un modo per spacciare come saggezza la strafottenza e il maschilismo.
 
Mi corregga se sbaglio: per Lei il mondo non dovrebbe avere religioni.
 
Dio - Proprio così. E soprattutto non dovrebbe sprecare tempo ed energie a volerle imporre agli altri, a combattere contro le religioni degli altri, o a combattere contro le religioni in genere. Un'ultima cosa: se gli esseri umani smettessero di aprofittare della preghiera per venirmi ad accattonare ogni giorno qualcosa, io gliene sarei grato. A tutto c'è un limite, anche alla mia pazienza infinita!


Intervento di Saviano su Israele
post pubblicato in archivio, il 20 ottobre 2010
La mia verità su Israele è fatta soprattutto di immagini, di immagini che non vogliono essere soltanto quelle della guerra, ma sono immagini che hanno a che fare con lo sguardo a Tel Aviv con la luce di Tel Aviv, la luce di Eilat e la meraviglia di Gerusalemme. Un centinaio di nazioni formano lo Stato israeliano, ebrei da ogni angolo della terra e non soltanto ebrei. Sono lì e lo vedi anche sul volto delle persone e delle nuove generazioni: ragazzi con la madre irakena e il padre della Repubblica Ceca, russi con spagnoli e argentini e tedeschi, ucraini, etiopi. Tel Aviv è una città che non dorme mai, piena di vita e soprattutto di tolleranza, una città che più di ogni altra riesce ad accogliere la comunità gay, a permettere alla comunità gay israeliana e soprattutto araba di poter gestire una vita libera e senza condizionamenti, frustrazioni, repressioni e peggio persecuzioni. Quando c’è stato il Gay Pride in Spagna, le associazioni gay israeliane non sono state respinte, non accolte. Perché è stato un gesto doloroso? Perché le associazioni israeliani accolgono i gay dei paesi arabi che vengono perseguitati, condannati a morte, diffamati, non è possibile rinunciare a interloquire con queste associazioni se davvero si ha a cuore la pace in Medio Oriente. Farlo ha il sapore del pregiudizio. Ecco perché quando si parla di Israele bisogna dimettere questo pregiudizio. Bisogna raccontare come questa democrazia sotto assedio si sta costruendo, si è costruita, ha raggiunto degli obbiettivi importanti, anche sul piano dell’accoglienza. I profughi del Darfur, ad esempio, vengono accolti in Israele. Una religione perseguitata in Iran e in quasi tutti i paesi musulmani è stata accolta in Israele, Haifa è il suo centro più importante: la religione Bahai, nata proprio in Persia. Quindi tutto questo mio parlare è solo per cercare di sperare che in Italia, destra sinistra, centro, comunque la si pensi, si possa parlare con maggiore cognizione, profondità. E quindi la mia verità di Israele si nutre di questo: del ragionamento che ho cercato di fare in questi pochi minuti contro la delegittimazione di una cultura e di un popolo e si nutre di ricordi anche personali. Per esempio mio nonno mi ripeteva sempre una frase che molti di voi avranno ascoltato: «Se ti dimentico Gerusalemme che la mia mano destra si pietrifichi. Che la lingua si inchiodi al palato se non antepongo te al di sopra di ogni pensiero». Io quando ero ragazzino più volte mi dimenticavo di Gerusalemme, allora capitava il sabato di accorgermi che io tutta la settimana non avevo anteposto Gerusalemme ad ogni pensiero. Allora mi ricordo che nel letto cercavo di capire se si poteva vivere col braccio fermo e con la lingua inchiodata al palato. Dicevo: «Vabbè si può vivere lo stesso». Al di là di questa mia follia di bambino, c’è un passaggio della biografia di Peres che ricorda quando da bambino dei pionieri ritornarono nel suo paese freddissimo in Polonia, oggi Bielorussia, e tutti i bambini chiedevano «Com’è? Com’è Gerusalemme?». E questo pioniere cacciò da un tascapane un pezzo di carta appallottolato. Aprì e uscì un’arancia. Per tutti in quel villaggio che non avevano mai visto quel frutto, quello era Israele. Ecco, la mia verità su Israele coincide spesso con questi ricordi, con questa immagine, con questo sogno di libertà e accoglienza.

Roberto Saviano

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permalink | inviato da momovedim il 20/10/2010 alle 9:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
A Hina Saleem e alle ragazze vive
post pubblicato in archivio, il 19 ottobre 2010
Racconto ispirato a una storia purtroppo vera.
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Occhidimirtillo udì parlare fuori in giardino. Si alzò dalla sua sedia e si avvicinò quanto più possibile alla finestra, tendendo al massimo la catena che le imprigionava la caviglia.

Farida Capellidifiamma era ritta di fronte al vecchio artigiano sefardita che accordava  l'oud che suo padre aveva detto di far riparare. Lei era luminosa nei suoi dodici anni, occhi come due olive nere e profilo dolcemente camuso, curva di duna del Sahara. Lui la ricordava appena nata. I suoi genitori motocliclisti in pelle nera, gonna di un palmo la mamma, giubbotto di borchie il padre, lasciarono in fretta la Cabilia insanguinata di colli tagliati dal Fronte Isalmico di Salvezza. Ne sono passati di anni da quel giorno: la gonna è sparita ed è apparso un foulard nero sui capelli della donna, le borchie oggi sono chiodi nel cuore dell'uomo.

Farida sgrana gli occhi e fa: «Mio padre mi ha fatta digiunare a Ramadan, mette da parte soldi per la Mecca e vuole che da domani indossi il velo. Io non voglio, e appena compirò 18 anni lascerò la sua religione e la sua casa...»

Il vecchio sefardita si fermò, alzò lo sguardo dallo strumento e fissò la bambina per un istante che a lei parve un'eternità.

«Ricordi la piccola Hamida, tua compagna di scuola? Una sera nel letto da sola scoprì le vertigini di una carezza. Giunse la mamma per la buonanotte, e lei "Mamma ti voglio bene", ma le sua guance erano rosse, e gli occhi felici la tradirono. La mamma capì che era giunto il momento. Week-end dai nonni: intervento in cucina. Oggi ha ricordo di quella felicità come chi, divenuto cieco, ricorda la luce. Non aspettare per cambiare. Compiuti tre lustri e tre anni, non accadrà null'altro alla tua vita che ritrovarsi sola senza più nessuna tutela sul minore che ora rappresenta. Ribellati oggi che ti è sufficiente la cornetta azzurra di un numero verde. Altrimenti, se non morirai nel corpo come Hamida o come la povera Hina Saleem, di certo morirai nell'anima.

Farida Capellidifiamma sciolse la sua treccia e lanciò al vento il suo grido di felicità come in un matrimonio amazigh. Lasciò al vecchio sefardita il liuto di suo padre e corse, corse più forte che poté verso la libertà, quella stessa libertà che la moto di suo padre, prima di tradirla, un giorno aveva promesso a sua madre.

Occhidimirtillo al chiuso della sua casetta sotto-sequestro osservò la scena battendo le mani entusiasta... poi ritornò a sedere sul suo sgabello massaggiandosi la caviglia indolenzita. La cornetta azzurra luceva davanti ai suoi occhi sognanti, la sua mano tremava a quell'invito. Nell'aria ancora l'eco di Farida.



«Non siamo mai stati Palestinesi»
post pubblicato in archivio, il 9 ottobre 2010
Interessantissima lettera di un Arabo, cittadino israeliano.

(pubblicata qui in Inglese, Ebraico e Arabo; ripresa anche nel Blog di Barbara e in Una via per Oriana)

Sono un arabo mussulmano, cittadino israeliano.
Non ne posso più di quella bugia chiamata “il popolo palestinese” ed è giunto il momento per un arabo, di esprimersi apertamente.
Noi arabi che viviamo in Israele siamo semplicemente arabi.
Non siamo mai stati palestinesi, perchè non c'è mai stata una cosa chiamata “popolo palestinese”.
La maggioranza degli arabi israeliani sono nati nello stato di Israele. I nostri avi sono giunti qui da vari stati arabi negli ultimi 120 anni, cercando lavoro e sostentamento offerti dagli ebrei o dagli inglesi in quei 30 anni in cui hanno governato la regione.
È vero che un numero insignificante di arabi hanno vissuto qui anche prima, sotto il dominio turco-ottomano durato 400 anni.
Questi sono morti e i loro figli continuano ad essere semplicemente arabi come me.
L'invenzione del popolo palestinese ed in seguito la richiesta di uno stato autonomo palestinese, costituisce per me un incubo.
Non voglio vivere in nessuno stato arabo, nemmeno in “ Palestina”.
Un ulteriore stato arabo sarà come qualsiasi altro stato arabo, che qualsiasi arabo israeliano sano di mente deve temere e a cui deve opporsi.
Fra tutti gli stati arabi non ce n’è nemmeno 1 democratico.


NIENTE LOTTA NIENTE DISCRIMINAZIONE

Io arabo mussulmano israeliano voglio vivere nello stato di Israele, nella patria democratica del popolo ebraico che è anche la mia patria, come ebrei/arabi/cinesi/ vivono fuori dalla loro patria ed accettano le leggi, le usanze e la cultura che li ospita.
Io pretendo pari diritti civili tra me e qualsiasi ebreo, ma anche pari doveri. Voglio una divisione corretta delle risorse per tutte le etnie della cittadinanza. Lo stato degli arabi in Israele non è tanto meglio di quello dei nuovi immigranti etiopici, ma tutti e 2 sanno che uno stato arabo qualsiasi è molto peggio.
La lotta degli arabi contro gli ebrei ci distingue dalla società israeliana ed obbliga gli ebrei a discriminarci.
Senza questa lotta non ci sarà discriminazione. È così semplice!
Io non sono solo, ci sono molti arabi in Israele che la pensano come me nel loro privato e qualche volta lo esprimono sottovoce.
Non è di moda parlare e scrivere in termini occidentali che abbiamo imparato dalla società israeliana, che ci ha insegnato anche alcune lezioni di vita.
Abbiamo capito che la sacralità della morte porta solo alla morte e che il diritto di vivere è un valore che supera tutti gli altri.
Io sono un arabo mussulmano laico che vive in mezzo a ebrei laici e basterebbe togliere dal nostro vocabolario quella sciocchezza che si chiama “ palestina” per non avere nessuna distinzione tra di noi.


VUOI UNO STATO ARABO? VATTENE DA ISRAELE!

Dobbiamo ammettere: gli ebrei vogliono vivere in pace con gli arabi loro concittadini. Siamo noi e specialmente i “nostri” leader arabi a perpetuare l'ostilità per evitare la convivenza.
Ci sono state delle guerre e questa è la realtà, il piccolo stato di Israele può e deve essere uno stato modello e non mi importa che venga chiamato “la patria del popolo ebraico”.
Io voglio vivere qui.
Un arabo che pensa di dover vivere in uno stato arabo se lo può scegliere. Ci sono tanti stati arabi. Io no! Anche se questo stato sarà diviso e sarà istituito uno stato palestinese, non rinuncerò alla possibilità di vivere nello stato democratico di Israele.
Io amo questo stato e rispetto gli ebrei che l'hanno costruito sulle rovine di una regione desertica, abbandonata e trascurata.
“Uno stato palestinese” sarebbe uno stato terribile. Non potrà essere uno stato democratico. Già oggi si vede il fiorire della corruzione dei leader palestinesi ancor prima che lo stato sia costituito.
Chi potrà giudicarli e punirli? Come invece succede in Israele, basta leggere i giornali israeliani.

Mustafa Bin Ali Khamdan Haj Akhmed


74 luridi anni
post pubblicato in archivio, il 1 ottobre 2010
"Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese?  No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perché aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un'ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh?"




Raccontando barzellette di questa portata si diverte l'amichetto di Gheddafi e Putin
per intrattenere la corte di lecchini al suo compleanno. Spero che D-o ci conceda che questo sia l'ultimo.


Violenza per educare alla violenza
post pubblicato in archivio, il 15 settembre 2010
L' addestramento dei cani da combattimento può avvenire solo grazie a crudeltà e torture, che coinvolgono anche il cane da "preparare". L' animale viene prima incappucciato, poi frustato e picchiato, con lo scopo di fare crescere la sua rabbia. Quando è sufficientemente aggressivo e "pronto" per la prova, viene liberato davanti a un cagnolino qualsiasi, spesso trovato per strada o rubato, che viene letteralmente fatto a pezzi. (fonte)

Il trattamento subito dagli animali coinvolti è crudele: l’addestramento è un percorso di maltrattamenti sistematici, quotidiani, che devastano la psicologia dei cani. A questo va aggiunto la morte degli animali nel corso dei combattimenti. (fonte)


Commercio Italia con Teheran cresce
post pubblicato in archivio, il 14 settembre 2010
Import ed export aumentano di oltre 800 mln euro

Malgrado le promesse fatte dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante una visita in Israele a febbraio, il volume degli scambi tra Italia e Iran è aumentato esponenzialmente: nella prima metà del 2010 le importazioni dalla repubblica islamica del Bel Paese sono lievitate fino a due miliardi di euro. Lo ha rivelato il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, che ha analizzato i rapporti commerciali tra Roma e Teheran in un dettagliato articolo dal titolo 'Sanzioni sulla carta'. Verificando i dati Istat, Yedioth Ahronot ha riscontrato "che le importazioni italiane dall'Iran nella prima metà del 2010 sono più che raddoppiate, aumentando a una somma di oltre due miliardi di euro". Una cifra che il quotidiano israeliano non ha esitato a definire "veramente mostruosa". Nel periodo corrispondente del 2009, ha aggiunto, "le importazioni sono aumentate di 847 milioni di euro. Anche le esportazioni verso l'Iran sono cresciute notevolmente: da 892 milioni di euro nella prima metà del 2009, quest'anno le esportazioni italiane verso l'Iran sono aumentate a oltre un miliardo di euro". "Le dichiarazioni sono una cosa, ma le azioni sono un altro paio di maniche", ha scritto nella sua corrispondenza da Roma il quotidiano. "Sei mesi dopo il suo ritorno da una visita in Israele, nella quale il presidente del Consiglio Berlusconi ha promesso di impegnarsi per diminuire l'interscambio Italia-Iran, risulta che di fatto anche quest'anno Roma è una fervida sostenitrice dell'economia iraniana".

Di fatto, la politica di Roma aiuta regime a ottenere stabilità


"E' vero", ha evidenziato Yedioth Ahronoth, "che Berlusconi e il ministro degli Esteri Franco Frattini hanno dichiarato in passato di comprendere la necessità di erodere l'abilità di Teheran a sviluppare armi nucleari che mettono a repentaglio la sicurezza e l'esistenza dello stato di Israele, ma di fatto la politica del loro governo indica una promozione dell'interscambio con Teheran. Che aiuta il regime degli ayatollah a ottenere stabilità". Il quotidiano ha messo sotto accusa anche la natura dei rapporti. "Nonostante non siano ancora stati pubblicati dati precisi sulla tendenza dell'interscambio", ha spiegato, "non si tratta di un commercio basato su generi alimentari basilari. Dai dati Istat emerge chiaramente che anche quest'anno l'interscambio tra i due Paesi è caratterizzato da prodotti industriali, lavori di infrastruttura, energia, satellitare per la comunicazione, prodotti scientifici e tecnologici. In passato, era già emerso da indagini giornalistiche che aziende italiane hanno fornito all'estero appoggio all'esercito iraniano". Nell'articolo è stato ricordato che "all'inizio dell'anno, l'amministratore delegato di Eni (Paolo Scaroni, ndr) era stato convocato dal Dipartimento di Stato americano per spiegare le enormi dimensioni dell'interscambio tra i due Paesi". Il quotidiano ha evidenziato che "questo è il quarto anno consecutivo in cui detto interscambio dimostra di crescere, malgrado le sanzioni imposte all'Iran dall'Onu, tutte le promesse fatte all'amministrazione di Washington e i calorosi abbracci profusi da Berlusconi durante la sua visita in Israele". Il quotidiano ha fatto sapere di aver contattato per un commento a Roma sia la presidenza del Consiglio, che ha spiegato che i dati sono ancora in fase di studio, sia il ministero degli Esteri, che li ha confermati. La Farnesina ha spiegato che "la forte crescita delle importazioni dall'Iran dipende dalla variazione del tasso di cambio euro/dollaro e dai prezzi del petrolio. Le esportazioni verso l'Iran non violano le sanzioni imposte dall'Onu: le grandi aziende italiane hanno fermato le proprie transazioni e non c'è alcun uso doppio, civile-militare, della loro attività. Nel contempo, le piccole e medie imprese che avvertono l'accelerazione dell'economia italiana commerciano con l'Iran, correndo rischi in assenza dell'assicurazione governativa per la loro attività".


(FONTE: notizie.virgilio.it)



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permalink | inviato da momovedim il 14/9/2010 alle 16:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pescatori italiani attaccati da una motovedetta libica, dono del nostro "Governo"
post pubblicato in archivio, il 13 settembre 2010
“Sono in molti, istituzioni e diversi paesi europei, a guardare al Trattato di amicizia italo-libico con ammirazione e un pizzico di invidia, e a considerarlo un modello di cooperazione. Un accordo che ha diminuito del 90 per cento il flusso degli immigrati irregolari verso le coste italiane”.

Questo pensiero farneticante non è stato raccolto nel reparto psichiatrico di un ospedale, è la Parola di Margherita Boniver, parlamentare PdL, a suo tempo craxiana fedele, rappresentante di Amnesty International.

Quello di cui si parla è l'accordo capestro che il Nano Imbalsamato ha sottoscritto con Gheddafi contro la volontà del sovrano Popolo Italiano, in violazione di trattati internazionali nonché dei diritti umani.

A detta delle persone in malafede, tale accordo avrebbe normalizzato i rapporti fra Italia e Libia. Come a dire che ormai anche la nostra dittatura è sui livelli della sanguinaria Jamahiriyya del mostruoso colonnello, il quale -fra l'altro- non perde occasione per umiliare il nostro paese, un giorno affittando su internet le ragazze italiane addette alla sua adorazione (modo molto "elegante" per dimostrare che qui da noi le donne sono costrette a fare le puttane per mantenere i loro uomini, tutti magnaccia); un altro giorno facendo mitragliare una nostra nave da pesca da una sua motovedetta... regalatagli dal nostro "Governo".






(AGI) - Agrigento, 13 set. - "Il mio motopeschereccio stava incrociando e non stava pescando". Lo ha detto Vincenzo Asaro, l'armatore mazarese dell'"Ariete", il motopesca mitragliato nella notte da una motovedetta libica. Asaro ha anche assicurato come la sosta a Lampedusa sia stata "una formalita' per denunciare l'evento imprevisto" e che nelle prossime ore l'"Ariete" "riprendera' il mare per un'altra battura di pesca".
  Intanto da Lampedusa filtrano le prime indiscrezioni sul racconto degli uomini dell'equipaggio. In particolare uno dei sette italiani a bordo ha riferito che "la motovedetta battente bandiera libica era del tutto simile ai mezzi usati dalla Guardia di Finanza italiana". Potrebbe dunque trattarsi di una delle sei motovedette che l'Italia ha "regalato" alla Libia per il pattugliamento della costa nell'ambito dei controlli antiimmigrazione.

Gheddafi di nuovo a Roma
post pubblicato in archivio, il 29 agosto 2010
Del suo alito pestilenziale nessuno sentiva la mancanza ma nemmeno della sua brutta faccia. La Guida della Rivoluzione Libica è giunta a Roma in "lieve ritardo", come precisa col giusto tono reverenziale e sottomesso gran parte della stampa italiana. Lui ha portato con sé una trentina di cavalli da abbeverare e sfamare (che in cambio cacheranno sul nostro "amato suolo"); inoltre è stato accolto dai 200 sorrisi perfetti delle escort che lui stesso ha scelto fra le più islamicamente fighe sul catalogo online.

La sua visita serve a ricordarci che sono passati già due anni dalla firma di quel contratto-capestro che il nanerottolo nostrano impose all'Italia senza consultarne il parere, come suo solito. Del resto, a un vice come lui non è dato ascoltare la plebe neanche come passatempo.

Spero che l'incontro fra i due dittatorelli mediterranei sia costellato di gaffes e figure di merda da entrambe le parti. Oramai che siamo alla frutta... è meglio ridere che piangere!


La storia di Cliona Campbell
post pubblicato in archivio, il 25 agosto 2010
La storia di Cliona Campbell, ovvero come l'anti-sionismo riaggiunge nuove vette di bassezza.

 di Ben Cohen - Huffington Post

E' molto raro incontrarsi con qualcuno che merita il titolo di "eroe" o "eroina, ma nel nostro caso ci troviamo di fronte a uno di loro.

Cliona Campbell è una studentessa di 19 anni di Cork, in Irlanda. Lei è qualcosa come una ragazza prodigio, nel 2008 è stata finalista nel concorso Giovane Giornalista dell'Anno tenuto dalla rete televisiva britannica Sky News. L'anno scorso ha vinto il concorso di scrittura editoriale organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza presso il College di Cork, una delle più prestigiose istituzioni di istruzione superiore in Europa. Lei aveva, evidentemente, tutto dalla sua parte.

Solo che in questo momento, Cliona vive nella paura. E 'diventata oggetto di calunnia da parte della stampa irlandese. Alcuni uomini si son messi a camminarle accanto per strada e l'hanno insultata. Visitando un negozio di abbigliamento, la guardia di sicurezza l'ha riconosciuta e ha cominciato a insultarla. Diverse minacce le sono state inviate via email.

E tutto questo, perché Cliona ha trascorso un paio di mesi in Israele come volontario nelle Forze di Difesa israeliane. Quando è ritornata in Irlanda, ha scritto della sua esperienza nel giornale locale, Evening Echo. Un articolo eloquente, ben scritto, ma nonostante ciò risulta raro che un articolo di una studentessa che racconta le sue esperienze di vacanza diventi il centro di attenzione di un paese - e, di fatto, abbia ripercussioni a livello internazionale. A che cosa si deve tutto ciò?

L'esperienza di Cliona suggerisce alcune domande aggiuntive. La più ovvia, il carattere di coloro che l'hanno insultata e minacciata. Che cosa ci suggerisce la natura del movimento di solidarietà con la Palestina, che consente che una giovane indifesa diventi un oggetto di odio? E che dire di quegli anti-sionisti che siedono nei mezzi di comunicazione e nei circoli accademici, che senza dubbio alzeranno le braccia con orrore nel venire associati a tale comportamento da teppisti, però che tanto hanno contribuito a questo clima di odio che sempre più circonda coloro che pubblicamente sostengono Israele? Queste persone sono in qualche modo colpevoli del rancore di quegli individui che inviano a questa graziosa ragazza dai capelli rossi e-mail per dirle che sembra "una bestia"?

Che succede secondo il doppio standard dolorosamente ovvio che si applica a tutto ciò che ha a che fare con quella piccola striscia di terra tra il Mediterraneo e il fiume Giordano? Perché i partecipanti alle buffonate del Movimento di Solidarietà Internazionale pro-Hamas sono idolatrati, perfino paragonati ad Anne Frank, mentre una come Cliona Campbell diventa l'incarnazione del male?

E soprattutto, come è che le regole consolidate della cultura democratica in Irlanda possano essere brutalmente accantonate, al fine di garantire che le persone come Cliona, "non possano esprimere il proprio punto di vista politico, senza essere pubblicamente molestate, minacciate e intimidite?"

A mio parere, Cliona ha già risposto ampiamente a queste domande nel suo articolo del Evening Echo. "Fin dai nove anni, sono stata affascinata dal popolo ebraico", ha scritto, "una nazione che ha sofferto l'odio, la persecuzione e il genocidio, e tuttavia mantiene ancora un'indistruttibile volontà di sopravvivere, unita in una parentela indissolubile. Così ho sempre voluto andare in Israele per vedere di persona. "

E continua: "Ma perché l'esercito? Poiché nel corso degli anni, ho visto come gli israeliani hanno subito incessanti lanci di razzi da parte dei terroristi e quando finalmente hanno risposto, quegli stessi terroristi hanno posto la loro stessa popolazione civile in prima linea come scudo umano ".

Questo acuta osservazione coglie l'essenza della parola tanto diffamata, "sionismo". Se il sionismo significa auto-responsabilità degli ebrei - in altre parole, l'organizzazione di uno stato di cose in cui gli ebrei esercitano il controllo della loro sicurezza e del loro destino - l'esercito israeliano è l'espressione più tangibile di tale principio. Per quelli che intellettualmente simpatizzano con il destino del popolo ebraico marchiato dalla mancanza di sovranità, l'IDF si trasforma in una storia avvincente.

Però, come Cliona Campbell ha scoperto in un modo sorprendentemente personale, esiste un'altra visione che non tollera il dissenso, e rappresenta l'IDF come strumento di violenza radicale. È così che questa immagine ben radicata ha permesso all'autore di un profilo di Cliona per il Sunday Tribune di commentare casualmente che l'esercito israeliano ha "ucciso nove persone pacifiche" a bordo della Mavi Marmara, la nave della flotta turca che recentemente si è diretta a Gaza.

In un'affermazione di questo genere è implicito che i soldati israeliani si dedichino all'assassinio a sangue freddo e con premeditazione. Adesso chiunque abbia seguito la debacle di Mavi Marmara sa che non è assolutamente ciò che è accaduto, come ha dimostrato senza ombra di dubbio un'inchiesta della BBC nel programma Panorama; il fatto è che, se altri media importanti continuano a ricilcare questo sordido mito, c'è forse da meravigliarsi se i meno raffinati si riferiscano a Cliona Campbell, usando il gergo degli attivisti anti-imperialisti, come obiettivo leggitimo?

Una volta ho scritto che l'anti-sionismo nel nostro tempo è più un bistrot, che non un bierkeller (allusione alle origini del movimento nazista - n.d.t.), cioè, un fenomeno che si verifica soprattutto tra le élite intellettuali che si considerano leader del pensiero progressista. Credo che continui a esser vero: ciò che è ugualmente vero è che i confini tra questi due mondi si sovrappongono e diventano sempre più labili, mentre il conflitto tra Israele e i palestinesi assume un potere quasi metafisico. Ecco perché, quando tutto è detto e fatto, ciò che resta è lo spettacolo di una giovane donna che ha visitato una delle centinaia dei conflitti del mondo ed è tornata a casa per essere accolta da furfante.

Sono sicuro che molti degli oppositori di Israele prenderanno le distanze dal trattamento riservato a Cliona Campbell. Può bastare, ma non è sufficiente. Questo caso spiacevole evidenzia che il dibattito su Israele in Occidente è andato molto al di là della preoccupazione per i diritti dei palestinesi, per finire nel regno dell'irrazionale.

I teppisti che se la sono presa con Cliona possono essere ritenuti responsabili per aver recitato il copione, ma non per averlo scritto.

fonte: http://www.huffingtonpost.com/ben-s-cohen/anti-zionists-plumb-new-d_b_688196.html

traduzione: Fulvio Del Deo


Moschea a Gruond Zero
post pubblicato in archivio, il 16 agosto 2010
Non la vuole una maggioranza schiacciante, e non solo in America. Ma soprattutto non la vuole il buon senso, perché costruire una moschea dove il terrorismo suicida ha ucciso in nome di Allah è un'offesa alla memoria di quelle vittime, ed è una pugnalata alle spalle dell'umanità.

A tutt'oggi, non c'è stata condanna unanime e ufficiale da parte delle autorità islamiche al terrorismo in nome di Allah. Non si è detto "Chi uccide in nome di Allah, o invita a farlo, o predica il terrorismo, (omicida o suicida che sia) è irrimediabilmente fuori dall'Islam!" No, solo flebili voci isolate e nulla di più.

Sull'altro versante non esiste legge che possa impedire la costruzione di una moschea. E in America, si sa, la libertà è il primo dei valori. Non avrebbe potuto impedirlo Bush e non sarà Obama a farlo.

Eppure una cosa non ce la stiamo dicendo... cioè che la mossa dovrebbe venire dall'Islam. Dovrebbero essere gli islamici a rinunciare alla costruzione di quella moschea, proprio lì in quel luogo di dolore. Se non l'hanno fatto finora (e sono certo che non lo faranno) sarà l'ennesima prova della loro malafede, del loro odio per chi è diverso da loro.

Solo qualche intellettuale di origine islamica si oppone oggi a quello scempio... ma si tratta di voci isolate che tali rimarranno.




Scuote l’America la moschea da cento milioni di dollari che un gruppo islamico intende costruire a Ground Zero.

Sarebbe una delle più grandi dell’occidente, nell’edificio che un tempo ospitava i grandi magazzini Burlington Coat Factory seriamente danneggiati l’11 settembre 2001. Contro il progetto, finanziato dai sauditi, non ci sono soltanto noti critici dell’islamismo, ma anche una fitta schiera di intellettuali, giornalisti e studiosi musulmani. Fra i volti più noti, quello del celebre professor Akbar Ahmed, cattedra Ibn Khaldun all’Università americana di Washington e firmatario della fatidica “lettera dei 138” saggi islamici a benedetto XVI. “La leadership musulmana non ha compreso l’impatto dell’11 settembre sull’America”, dice Ahmed. “Pensano che gli americani l’abbiano dimenticato e perdonato. Ma le ferite sono aperte e costruire una casa di preghiera lì sarebbe come gettare sale sulle ferite”.

I saggisti musulmani Raheel Raza e Tarek Fatah, entrambi siedono nel Muslim Canadian Congress, hanno lanciato un appello contro la moschea. “Non è sensibile costruire un luogo di preghiera islamica esclusiva nel luogo in cui dei musulmani hanno ucciso migliaia di newyorkesi. E’ come consentire una chiesa serbo- ortodossa a Srebrenica, dove furono uccisi ottomila uomini e ragazzi musulmani”. I due autori sostengono che i promotori della moschea “avrebbero potuto proporre a un memoriale dell’11 settembre la denuncia del jihad, ma non lo hanno fatto”. Altrettanto duro è il giornalista bengalese Salah Uddin Shoaib Choudhury, che parla del progetto come di una “conquista islam-suprematista”.

Sul Washington Post Neda Bolourchi ha pubblicato il commento più sferzante contro il progetto di Ground Zero. “Non ho una tomba da visitare o un luogo in cui portare i fiori gialli preferiti da mia madre, tutto quello che ho è Ground Zero”. La madre di Neda era infatti sul volo United Flight 175 che si è schiantato contro il World Trade Center. “Sono nata nell’Iran pre-rivoluzionario. La mia famiglia ha condotto un’esistenza laica, ma l’islam era parte della nostra cultura. Temo che la costruzione della moschea al World Trade Center diventerà un simbolo della vittoria dei musulmani militanti e coltiverà una visione fondamentalista della fede islamica”. Bolourchi lancia un appello personale: “Ground Zero non è mio, devo condividerlo con turisti e politici. Una moschea lo trasformerebbe in un campo di battaglia religioso e politico. Non mi vergogno della mia fede, ma ai sostenitori della moschea dico: costruite il vostro monumento ideologico da qualunque altra parte, ma non sulla tomba di mia madre. Lasciatela riposare in pace”.

(Tratto da Il Foglio del 12 agosto 2010)
Yom HaShoa
post pubblicato in archivio, il 12 aprile 2010

Sirena al mercato Carmel di Tel Aviv, oggi. Foto Tal Cohen



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Molto meglio coi cani che con certa gente!
post pubblicato in archivio, il 15 marzo 2010


- Perché i cani e gli ebrei non possono entrare babbo?
- Eh, loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Eh, ognuno fa quello che gli pare Giosuè, eh. Là c’è un negozio, là, c’è un ferramenta no, loro per esempio non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli eh, eh… e coso là, c’è un farmacista no: ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dico “Si può entrare?”, dice “No, qui i cinesi e i canguri non ce li vogliamo”. Eh, gli sono antipatici oh, che ti devo dire oh?!
- Ma noi in libreria facciamo entrare tutti.
- No, da domani ce lo scriviamo anche noi, guarda! Chi ti è antipatico a te?
- I ragni. E a te?
- A me… i visigoti! E da domani ce lo scriviamo: “Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti”. Oh! E m’hanno rotto le scatole ’sti visigoti, basta eh!!




Ogni tanto, molto in sordina, qualche giornale si accorge che da qualche parte nel mondo sono spuntati cartelli che dicono "Vietato l'ingresso ai cani e agli ebrei".

Così un paio di giorni fa: "Giordania, 'Vietato l'ingresso a cani e israeliani'. Cartello choc sui locali di Petra"



Cartello choc? Io, più che altro, lo definirei "sciocco", così come sciocco è fingersi scioccati. Infatti, 
quello stesso cartello, almeno dall'anno scorso, è già apparso molte altre volte sui negozi del mondo musulmano; anche su quelli del regno di Rania.



E' strano che alla bella regina dei palestinesi, quella
che ci ha deliziati coi suoi biscottini al festival di Sanremo, la notizia non faccia né caldo né freddo. Lei dovrebbe arrabbiarsi eccome, perché, a differenza della maggioranza dei suoi sudditi, ama i cani. Tant'è vero che l'anno scorso, proprio nello stesso periodo in cui comparvero per la prima volta quei cartelli, lei e suo marito erano in piena angoscia per la malattia del loro povero "fido", erano decisi a salvarlo ad ogni costo; così, come tentativo estremo, lo ricoverano d'urgenza in una clinica in Israele, coscenti di non poter fare affidamento sui veterinari giordani, essendo i musulmani comuni tutt'altro che amici del miglior amico dell'uomo.


Ragazze musulmane al mare?
post pubblicato in archivio, il 8 marzo 2010
Ogni tanto faccio delle ricerche su temi di costume nel web in lingua araba. A tale scopo mi servo del traduttore automatico di google perché non conosco l'Arabo.

Oggi, col freddo che fa e stanco del pallore invernale, ero alla ricerca di un po' di mare abbordabile per programmare un week-end non appena esce un raggio di sole, quando mi viene l'idea: ma come si comportano a mare gli Arabi?

Così ho tradotto alcune parole chiave e ho trovato un po' di cose interessanti. Prima fra tutte, è la demonizzazione del bikini che la stampa araba sta attuando a tappeto, prendendo spunto dai discutibilissimi risultati di una ricerca condotta presso l'Università di Princeton dall'equipe di Susan Fisk

Così se in google si mette la chiave "donna bikini" in Arabo, si trova una caterva di articoli che parlano tutti di quella stessa ricerca, la quale a dir loro fornirebbe così le basi scientifiche alla "sana abitudine" di cancellare totalmente dalla vista il corpo femminile!
(vedi: arabic CNN Delta Schools Bokra  Al-Khayma  ecc.)


Se poi cerchiamo "donne in spiaggia", c'è davvero poco da scegliere: si trovano unicamente citazioni dello stesso versetto del Corano.
(vedi: Islam.on.line XN  Fatakat)

Vi si afferma che coprire il volto è un bene perché esso scatena tentazione e desiderio. E la domanda che si pone è sempre la stessa: "è consentito a una ragazza di scoprire le sue braccia e le sue gambe mentre è sulla riva del mare?" 

La risposta è unica: la donna può scoprire solo con molta moderazione i propri "ornamenti", ma esclusivamente in assenza di persone che non rientrino nella categoria dei "mahram", ossia di quelli che non possono nutrire desideri sessuali illeciti nei loro confronti (mariti, padri, fratelli ecc.. Vedi qui sotto)

Nur versetto 31: E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare.

Il bello è fare la ricerca per immagini con la stessa frase. Provare per credere!






Se poi al posto di "donne in spiaggia" inserisco come chiave di ricerca immagini "ragazze in spiaggia" trovo nel sito di Al-Quds la foto di ragazze in bikini su di una spiaggia libanese, dal titolo: LIBANESI GODONO SULLA SPIAGGIA. Poi l'articolo continua così: "Il libano può godere di una sfilata di moda sulla spiaggia, in una località balneare vicina alla città archeologica di Byblos."
 


 
Inutile dire che segue una sfilza infinita di commenti, tutti rigorosamente maschili, in cui si alterna l'odio verso gli Ebrei che seminano questo genere di schifezze, con le maledizioni a quell'immagine definita "avidamente lussuriosa", oppure che dà "l'idea di bestie al bagno"... Poi c'è chi protesta che così non si va da nessuna parte e che i problemi sono la liberazione della Palestina e non le ragazze "nude" in spiaggia.

Uno osserva:
"Vi sembra questa una cosa interessante da commentare, per amor di Dio!
Cosa c'è di sbagliato negli Arabi? Se si fosse trattato di un fatto storico, politico, o di un articolo scientifico no ci sarebbero stati tanti commenti!
Quando invece l'argomento è irrisorio e stupido, tutti hanno qualcosa da dire!
Foto di spiaggia, matrimoni, fatwa sessuale, roba civile, critica alle altre religioni attirano un sacco di ragazzi!
Se vogliamo un cambiamento dobbiamo tralasciare le cose futili e interessarci alle cose reali!
Non si andrà da nessuna parte con la mentalità che hanno gli Arabi e le loro priorità.
Vergogna!"


Poi c'è un altro che fa:
"Sai che il mare si arrabbia quando uomini e donne si mescolano nella loro nuda vergogna. Allora come vuole questa nazione una vittoria contro gli Ebrei?"

Insomma in Arabo "ragazze in spiaggia", quando non è pruderie, significa perdizione, guerra, maledizione divina.




Alla stessa voce, un'altra immagine ritrae tre ragazzini che trascinano verso l'acqua altrettante pecore. La didascalia dice: "violentate tre ragazze."
 
 


 


"Le donne a Gaza non trovano niente di male ad andare a mare. Ma mantenendo il vestiario islamico", si legge su Hejabweb.
 



"Mentre in Francia il velo viene vietato, le coste di Gaza vantano migliaia di donne al bagno vestite accuratamente secondo i dettami dell'islam con hijab, niquab, jilbab. Queste donne non trovano nulla di male a starsene sedute in spiaggia a Gaza a preparare i pasti per i loro figli, o a scendere un po' in acqua e nuotare per hobby anche se per pochi metri perché le donne di Gaza non hanno ancora una formazione adeguata in questa specialità. L'inquinamento del mare non ferma le migliaia di famiglie che sfuggono al caldo torrido di questi giorni."

E conclude così: "La madre di Ahmed crede che le ragazze giovani pensano troppo a godersi la vita allontanandosi  dalle buone abitudini e dalla fedeltà ai costumi e alle sane abitudini, e condanna ciò che avviene su altre spiagge. Dice: 'Non vorrei mai vedere una donna mezza nuda sul litorale di Gaza, questo sarebbe distruttivo per la società, e possono farlo solo le bambine di età inferiore a dieci anni.'




Poi c'è questa foto con la didascalia: "le figlie d'Israele in costume da bagno sulla spiaggia".
 

 



Infine, una vignetta dall'alto contenuto morale










La didascalia dice: "Queste immagini mostrano quanto rischiano le ragazze a fare certe cose, e cosa può accadere a chi le ragazze non le rispetta e non le considera come sorelle!
 
 

Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali
post pubblicato in archivio, il 30 gennaio 2010
Milano, 30 gennaio 2010. A Milano, in zona Giambellino, si è verificata nella giornata di ieri una serie di azioni poliziesche contro famiglie Rom romene, che sono state sgomberate dalle loro baracche di legno e cartone, denunciate per occupazione di terreno - pubblico o privato - e costrette ad allontanarsi senza una meta né mezzi di sopravvivenza.
Alcune delle famiglie sgomberate si trovano a Milano da alcuni anni e si sono rifugiate nel capoluogo lombardo per sfuggire condizioni di emarginazione, violenza e precarietà in Romania. Le baracche da cui la forza pubblica le ha costrette ad allontanarsi erano state costruite in luoghi fuori mano, quale minima forma di protezione dagli effetti del gelo e dal rischio di aggressioni razziste, avvenute con notevole frequenza al Giambellino. 


Una settimana prima delle azioni di pubblica sicurezza anti-Rom, alcuni intolleranti avevano scritto parole razziste, con bombolette spray, nei pressi degli insediamenti al Giambellino.

Contemporaneamente, avevano appeso locandine minacciose, su cui campeggiava sinistra e offensiva l'intimazione: "Zingari di merda, via dalla Padania!". Tre giorni prima dello sgombero, il giovane Angel, 21 anni, era stato fermato mentre chiedeva l'elemosina da due uomini in divisa, condotto in un luogo appartato - a ridosso dei binari ferroviari presso la stazione San Cristoforo - e percosso. 

Le famiglie evacuate, composte da molti bambini, donne e malati, si sono fermate più volte all'interno di giardini pubblici o su panchine, ma pattuglie di pubblica sicurezza con l'incarico di allontanare i Rom dal Giambelino le hanno sempre indotte a rimettersi in marcia, senza "bivaccare" in alcun luogo. Dopo alcune ore gli attivisti per i Diritti Umani hanno perso le tracce di numerose famiglie, mentre hanno offerto assistenza a malati e bambini che si sono sentiti male a causa della bassa temperatura, organizzando il trasferimento in Romania e in Francia per le famiglie che in quegli Stati potevano contare sull'aiuto, almeno temporaneo, di parenti o amici. 


La situazione, tuttavia, restava tragica per decine di sgomberati, cui le Istituzioni e le autorità non hanno offerto alcuna assistenza sociale né possibilità di riparo contro i rigori invernali. Alcuni cittadini milanesi, vedendo le famiglie costrette a una drammatica marcia verso il nulla, le apostrofavano con epiteti razzisti.  Altri, più tolleranti, chiedevano agli attivisti: "Adesso dove andranno, con il freddo che fa? Possibile che il comune non abbia previsto un aiuto o un posto caldo dove accoglierli, in attesa di trovare una soluzione umanitaria?". 

Purtroppo, a causa di una stretta censura attuata dai media, gli italiani non si rendono conto di quello che accade alle famiglie Rom sgomberate. Le operazioni, che negli ultimi anni hanno colpito in Italia decine di migliaia di Rom, seguono sempre la stessa disumana procedura e in genere avvengono alle prime luci dell'alba, quando la gente dorme, proprio per evitare che testimoni assistano (magari documentandolo) al tragico spettacolo degli sgomberi. 

Da alcuni anni il Gruppo EveryOne informa le principali Istituzioni europee (Parlamento europeo, Consiglio d'Europa, Corte europea dei Diritti Umani) e l'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani sugli innumerevoli abusi che le autorità italiane commettono contro famiglie Rom, famiglie le cui uniche colpa sono la povertà e l'appartenenza a un'etnia discriminata. Sono abusi continui e gravi, che avvengono quotidianamente nelle strade, nei campi "regolari" o "abusivi", sui media, nelle corti di giustizia, nelle carceri. 

Abusi che hanno trasformato i Rom nel "nemico pubblico numero uno" e che si susseguono al ritmo martellante e spietato di una vera persecuzione etnica. Ci si chiede se il silenzio dell'Unione europea e del mondo non sia colpevole come le violazioni dei diritti del popolo Rom e la memoria torna agli anni delle Leggi Razziali, quando in troppi erano convinti che le responsabilità delle azioni istituzionali contro ebrei, Rom, omosessuali, testimoni di Geova, stranieri e minoranze sgradite ai nazisti fossero completamente a carico della Germania.

Ci auguriamo che la Storia illumini le coscienze di chi ha l'autorità per vigilare sulla democrazia e sulla civiltà dei Diritti Umani. Altrimenti, mentre i nostri fratelli Rom soffrono e muoiono nell'indifferenza, la "nuova civiltà" cui ci vantiamo di appartenere e che rinnega gli anni dell'odio, affonderà lentamente - ancora una volta - nel fango della disumanità e della vergogna.

Nelle foto di Steed Gamero: una mamma con il suo piccolo, rimasti in mezzo alla strada dopo l'azione poliziesca; Dario Picciau e Roberto Malini del Gruppo EveryOne con due Rom romeni sgomberati ieri; una scritta razzista al Giambellino
 
Saturday, January 30, 2010, del Gruppo EveryOne
Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali

Nelle foto di Steed Gamero: Dario Picciau e Roberto Malini del Gruppo EveryOne con due Rom romeni 
sgomberati ieri; una scritta razzista al Giambellino; una mamma con il suo piccolo, rimasti in mezzo alla 
strada dopo l'azione  poliziesca. 


Per ulteriori informazioni:
Gruppo EveryOne
+ 39 3313585406 :: +39 3408135204 :: +39 334 3449180
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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permalink | inviato da momovedim il 30/1/2010 alle 11:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bertolaso santo subito!
post pubblicato in archivio, il 30 gennaio 2010

«Dopo quello che ha fatto...
il minimo che possiamo fare per Guido Bertolaso
è di nominarlo subito ministro!»

Ma cosa avrà fatto di grandioso questo eroe
per meritare la promessa di cotanto premio
dal Capo Assoluto?

Prima di tutto si è guadagnato
l'ennesimo rinvio a giudizio nell'Operazione Rompiballe
.

Ma lui è un vero sfaccimmone, e dei rinvii a giudizio dice ME NE FREGO!


Dicono che è un rompiballe? Certo e ne è orgoglioso!
E può permettersi pure di sfottere gli Americani,
dicendo che mandano aiuti ad Haiti solo per fare spettacolo,
e che in realtà sono degli imbranati,
non sanno fronteggiare le emergenze
come solo lui sa fare da grande maestro!

Ma sì, Bertolaso è uno in gamba, è uno che si fuma pure gli Americani.

E chi se ne frega se dall'America ci mettono nella lista della vergogna, noi siamo superiori a queste cose! Ormai sappiamo bene chi sono i nostri amici veri: Putin, Gheddafi, Lukashenko e, dulcis in fundo, Ahmadinejad. Sì anche Ahmadinejad, perché "Quando si tratta di placare la Repubblica Islamica, nessun'altra nazione occidentale si china in giù quanto l'Italia."


  E i legami coi vecchi amici d'oltreoceano
quelli che ci hanno sempre accettati
senza nessuna remora,
così com'eravamo,
accollandosi perfino il peso della mafia...
si allentano inesorabilmente.


E la nostra Italia somiglia sempre più
a uno Stato Canaglia

dove commettere reati sarà consentito dalla legge
dove sarà normale scacciare gli zingari,
ammazzare i negri e perseguitare e offendere gli ebrei.


L'ASSE ROMA - TEHERAN
post pubblicato in archivio, il 30 gennaio 2010
L'ASSE ROMA - TEHERAN
DI GIULIO MEOTTI
The Wall Street Journal

Quando si tratta di placare la Repubblica Islamica, nessun'altra nazione occidentale si china in giù quanto l'Italia.

Tra l'indignazione internazionale sulle brutalità del regime iraniano al proprio popolo, il Ministro degli Esteri Italiano Franco Frattini, ammonisce l'Europa: " Non si devono chiudere i ponti con l'Iran che è una figura chiave nella regione". Affinché si respinga ogni azione militare per fermare il programma dell'armamento nucleare di Teheran, Frattini ha esortato l'Occidente ad “evitare quelle sanzioni che colpiscono l’orgoglio nazionale degli iraniani”.

Quel che può sembrare un ingenuo appello per una più riuscita diplomazia, può essere facilmente interpretato come un invito a salvaguardare gli interessi lucrativi delle imprese.

Per comprendere le preoccupazioni di Frattini sull’orgoglio nazionale iraniano si deve sapere che dopo la Germania – dove queste false polemiche contro le sanzioni economiche hanno grande successo – l’Italia è il più importante partner commerciale Europeo dell’Iran.

La lista delle circa 1000 compagnie italiane attive in Iran include nomi del calibro di Eni – il gigante energetico è il più grande partner commerciale Europeo dell’Iran, secondo la Camera di Commercio italo-iraniana – nonché FIAT, Ansaldo, Maine Tecnimont, Danieli e Duferco.

Le compagnie italiane non si occupano solo dei settori civili o energetici (la Maine Tecnimont ha appena concluso un affare di 200 milioni di euro per le forniture di gas in Iran) ma riforniscono il regime militare, hanno contribuito al satellite dell’Iran e forse anche al programma delle armi nucleari.

Prendiamo il caso della Carlo Gavazzi Space. Questa compagnia italiana ha contribuito con l’Iran per il suo programma di satelliti Meshab per le telecomunicazioni. “I satelliti per le telecomunicazioni” possono essere facilmente deviati per scopi militari e usati, per esempio, come satelliti spia o più minacciosamente, per favorire la localizzazione di attacchi nucleari.

Nonostante questo rischio, il progetto Mesbah ha avuto il sostegno politico di Roma, come La Stampa ha riportato in questi giorni. L’ambasciatore italiano a Teheran di allora, Riccardo Sessa, era presente alla cerimonia della firma dell’affare nel 2003, secondo l’agenzia ANSA.

Secondo i termini dell’accordo, la Carlo Gavazzi Space, non solo vende il prodotto finito, ma anche il trasferimento di tecnologie e know-how.

In una relazione del progetto Meshab, pubblicata su internet nel 2005, L. Zucconi, dirigente della Carlo Gavazzi Space, spiega che la sua compagnia “ha lavorato in stretta cooperazione con l’ ITRC (Iran Communications Research Center)/IROST (Iranian Reseach Organization for Science and Tecnology) nella progettazione, nello sviluppo e nella produzione del sistema MESBAH...il Modello di Volo è stato prodotto in parte in Italia e in parte in Iran, con il piano della suddivisione del lavoro definito con ITRC/IROST…Il satellite Mesbah sarà controllato da una Ground Station situata a Teheran, gestita dal personale dell’ ITRC/IROST. I 1000 terminali usati per il sistema verranno prodotti dalle industrie iraniane”.

“Avendo iniziato il progetto Mesbah, la Repubblica Islamica dell’Iran ha acquisito strutture e capacità spaziale, facendo dell’Iran un nuovo protagonista della comunità spaziale pronto ad affrontare nuovi e impegnativi progetti.” Carlo Gavazzi Space “guarda avanti ad una futura cooperazione”.

Due mesi fa, il Generale Mahdi Farahi, dirigente dell’Industria Iraniana Aereospaziale, disse che la Carlo Gavazzi Space vorrebbe contribuire al lancio nello spazio del modello successivo, il Mesbah-2. La compagnia italiana ha però smentito.

Chiedendogli dei loro affari iraniani, il direttore generale della Carlo Gavazzi Space, Roberto Aceti, mercoledì mi disse che la sua azienda si fida delle “informazioni Iraniane a proposito dell’utilizzo finale del nostro satellite” , scartando ogni possibilità di un uso militare del loro “hardware”.

Un altro esempio è l’IVECO, succursale della FIAT. La truckmaker, fin dai primi anni 90, ha consegnato in Iran migliaia di veicoli, e sul suo sito web si vanta della linea di assemblaggio joint-venture in Iran.



Il problema è che alcuni di questi camion, come mostrato nella foto ,possono essere anche usati per il trasporto dei missili iraniani.

I membri dell’Opposizione Iraniana dicono che questi camion vengono usati anche per altri scopi sinistri: le pubbliche impiccagioni degli omosessuali e dissidenti. Io ho visto una foto che mostra queste esecuzioni su un camion IVECO, durante una mostra a Roma nell’ottobre 2007, organizzata dalla più grande organizzazione italiana contro la pena di morte, “Nessuno tocchi Caino”.

Maurizio Pignata, direttore dell’ufficio stampa dell’IVECO, mercoledì mi assicurò che i loro veicoli, come quello nella foto con il missile a Teheran, “sono venduti per scopi civili”. Aggiunse tuttavia che la compagnia “non può sapere gli ulteriori utilizzi dei suoi camion. La fotografia del carro con il missile mostra un veicolo IVECO convertito per scopi differenti. In Cina usano i nostri camion per le pubbliche esecuzioni dei prigionieri. Quindi noi non possiamo sapere se i nostri veicoli vengono usati in Iran per scopi militari o repressivi”.

Anche la Guardia Rivoluzionaria – il cui ruolo è quello di proteggere il regime e formare i terroristi – beneficia dell’ingegneria italiana. Le forze di sicurezza paramilitari acquistarono i progetti del pattugliatore “Levriero” della compagnia italiana FB Design nel 1998.

Quando i media italiani riportarono questo e altri affari che questa compagnia concluse con gli Iraniani, il fondatore e proprietario della FB Design, Fabio Buzzi, fu sorprendentemente franco: “E’ vero, non è un mistero, ho venduto barche e tecnologie agli iraniani”, disse all’ANSA nel 2008. “Noi vendiamo regolarmente progetti e tecnologie ai servizi segreti iraniani”, ammise. Buzzi disse poi nella stessa intervista che interruppe gli affari con gli iraniani solo dopo che dei funzionari degli USA lo interrogarono, nel 2005 sulle forniture alla Guardia Rivoluzionaria”.

Citando fonti del Pentagono, Emanuele Ottolenghi scrisse nel suo libro del 2009, “Under a Mushroom Cloud: Europe, Iran and the Bomb”, che la copia iraniana del Levriero dell’FB Design faceva parte della flotta della Guardia Rivoluzionaria e sembrava intenzionato a provocare uno scontro con tre navi da guerra statunitensi, due anni fa. Nel gennaio del 2008, nello stretto di Hormuz, queste barche si avvicinarono pericolosamente ai vascelli americani, minacciandoli via radio.

Gli italiani potrebbero avere, anche se inconsapevolmente, contribuito a proteggere il programma nucleare dell’Iran. Un portavoce della Sali la settimana scorsa mi disse che l’impresa stava lavorando a diversi progetti di tunnel da costruire in Iran, dal valore di oltre 220 milioni di euro, inclusa la metropolitana di Teheran e la galleria idraulica nel Nasud e nel Kerman.

Il sito web della compagnia dice che una delle trattative si è appena conclusa, inclusa anche la vendita di attrezzature e assistenza tecnica alla compagnia iraniana Ghaem, una ditta delle Guardie Rivoluzionarie, secondo il Tesoro degli Stati Uniti.

Il know-how tecnico e i macchinari per la costruzione dei tunnel sono ovviamente risorse fondamentali per gli sforzi del regime per nascondere gli impianti nucleari.

“I rapporti dei servizi segreti hanno più volte suggerito che gran parte del programma nucleare clandestino si sta attuando sotto terra, nei bunker che sono accessibili attraverso i tunnel – tunnel che solo con la tecnologia come quella fornita dalla [società tedesca] Wirth e Seli si possono costruire”, un rapporto del 2008 del Centro Studi Strategici israeliano Begin-Sadat..

Quando gli chiesi dei suoi affari iraniani, il presidente della Seli, Remo Grandori , mi disse mercoledì che “le nostre macchine e le nostre abilità non vengono usate per scopi militari, altrimenti non avremmo avuto l’autorizzazione dal Ministro degli Esteri Italiano”. Poi lo pressai un po’ e riconobbe che “i tunnel Seli sono come larghe miniere. L’Iran può di certo usare quei tunnel per nasconderci le armi, ma non sono a conoscenza di questo”.

Grandori aveva anche intuizioni interessanti nel sostegno di Roma per le aziende italiane che cercavano dei contratti con gli iraniani. “L’ambasciata italiana a Teheran ci fa da intermediario per gli affari, ci aiuta a riempire l’ampio divario di attrezzature creato dalle restrizioni degli Stati Uniti. C’è inevitabilmente un ruolo politico nei nostri affari”.

Nonostante le sanzioni internazionali contro l’Iran, le esportazioni italiane verso la Repubblica Islamica sono aumentate nel 2008 del 17% con 2.17 miliardi di euro secondo l’Ufficio Statistico Italiano. Nello stesso anno, il commercio globale è aumentato anch’esso del 17% con 7 miliardi di euro, rappresentando così più di un quarto del totale degli scambi dell’UE con l’Iran. Negli ultimi tre anni l’Italia è stato il partner commerciale europeo N°1 dell’Iran.

“L’Iran e l’Italia sono stati grandi rivali e due grande potenze nei tempi antichi, ma nel mondo contemporaneo sono grandi partners”, la Camera di Commercio italo-iraniana proclama con orgoglio sul suo sito web.

Creata nel 1999 in seguito a un accordo di cooperazione italo-iraniano firmato tre anni prima dal precedente Primo Ministro Romano Prodi, la Camera di Commercio italo-iraniana oggi è la più grande delle camere bilaterali in Italia.

Trai suoi membri principali non ci sono solo imprenditori, ma anche funzionari di alto rango del governo di entrambi le parti, tra cui Cesare Ragaglini, ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, Alberto Bradanini, ambasciatore italiano a Teheran, Amedeo Teti, direttore delle politiche commerciali presso il Ministero per lo Sviluppo Economico, e Fereidoun Haghbin, ambasciatore iraniano a Roma, che serve come presidente onorario del consiglio.

Il complesso politico-industriale italo-iraniano fu messo in piena mostra durante una parata militare a Teheran nel 2008, in cui lo slogan “Israele deve essere cancellata dalla carta geografica” fu scritto sui missili Shihab-3, che possono raggiungere lo stato ebraico.

A differenza di altri paesi dell’Unione Europea che hanno evitato di mandare emissari in questo raduno dell’odio, Vittorio Maria Boccia, addetto militare dell’Italia a Teheran, era seduto giusto in mezzo tra gli Ayatollah e i generali iraniani. Un altro diplomatico occidentale che ha assistito allo spettacolo è stato un collega del signor Boccia. Lo chiamano l’asse Roma-Berlino-Teheran.

Il robusto legame tra l’Italia e l’Iran ha infastidito anche l’amministrazione Obama. Alla domanda sui rapporti di Roma con Teheran, David Thorne, l’ambasciatore statunitense a Roma, ha detto ai giornalisti – dopo che ha assunto l’incarico di ambasciatore due mesi fa – che “ci sono alcune posizioni dell’Italia in politica estera che continuano a preoccuparci”.

La politica di Roma verso l’Iran, tuttavia, continua a seguire un antico proverbio romano. “Pecunia non olet”, o “i soldi non hanno odore”. Quando gli si chiede dei suoi affari con l’Iran, l’amministratore delegato dell’ ENI, Paolo Scaroni ha detto alla rivista Forbes nel 2007: “Ho intenzione di rispettare le leggi italiane ma non quelle americane. Il petrolio non si trova in Svizzera”.

L’Italia è come le due facce del Dio romano Giano. Retoricamente, Roma fa parte del fronte occidentale contro il regime iraniano. Berlusconi ha anche definito Ahmadinejad “Hitler”. Ma quando si tratta di tradurre questa retorica in politica estera, gli interessi dei business vincono su tutto il resto.

Il mese prossimo, Berlusconi, che afferma di essere un grande amico dello stato ebraico, parlerà al parlamento israeliano.

Potrebbe essere una buona occasione per lui di dimostrare la sua amicizia annunciando finalmente dure sanzioni economiche contro l’Iran.


Titolo originale: "The Rome-Tehran Axis "

(Fonte: The Wall Street Journal -Traduzione di MICHELE IOVINELLA)

Cavalieri rampanti contro i writers
post pubblicato in archivio, il 3 novembre 2008
Ho scoperto che in giro c'è una nevrosi molto particolare che rende alcune persone più realiste del re: se ti permetti di criticare una qualunque delle scelte dell'attuale governo, ne ricevi in cambio reazioni scomposte, isteriche.
 
E' capitato più volte negli ultimi tempi che Berlusconi abbia sparto cazzate abnormi. E mi è capitato di farlo notare ad alcuni dei suoi fans. Quasi quasi mi mangiavano vivo: se lo sono difeso con le unghie, con rabbia, con devozione come fosse un oggetto sacro!
 
Il bello è che poi il cavaliere molto spesso ha l'abitudine di ritornare sui suoi passi il giorno dopo e di rettificare le sue posizioni. E non se ne fa un dramma: le stronzate dette il giorno prima, anche se sono state mandate in onda in tutto il mondo e tradotte in mille lingue, è come se non fossero mai state dette.
 
E i suoi seguaci, quelli  che si sarebbero fatti uccidere per difendere quei pensieri dementi del giorno prima, a questo punto  che fanno? Semplicemente negano con candore e sostengono di essere stati fraintesi, come del resto è stato frainteso anche il loro dio Berlusca.
 
Un episodio che farebbe ridere se non fosse così tristemente reale mi è capitato con la mail in cui esprimevo il mio dissenso riguardo la proposta di sbattere in galera i graffitari. Quella mail mi è costata la cancellazione di un iscritto e l'esclusione da un sito in cui scrivevo, perché mi ero permesso di tentare d'inserirvi quell'argomento.
 
La cosa più tristemente comica è che la proposta di legge in questione non viene neanche dalla mente illuminata di Berlusconi, né esclusivamente dai suoi seguaci: infatti il primo dei promotori del pugno di ferro contro i graffiti è Siegfried Brugger, deputato sicuramente più vicino a Prodi che non al PDL!
 
Sicché chi ha voluto difendere quella proposta, credendola "sana e moderna perché berlusconiana", si schierato in difesa di un'idea di ben altra paternità.
 
Sono tempi strani, i nostri. Tempi in cui ci si crede europei, occidentali, schierati con gli USA ecc. mentre i nostri politici al governo e all'opposizione fanno cose assurde: quelli al governo abbracciano Putin, quelli all'opposizione dicono che Hamas è un interlocutore... quelli al governo firmano trattati di amicizia-capestro con Gheddafi e fanno i piccioncini con Bashir al Assad, quelli all'opposizione fanno amichevolmente salotto con Ahmadinejad...

Berlusconi: "Reato penale imbrattare i muri"


Nel paese dei balocchi, dove imbroglioni e truffatori sanno di poterla passare sempre liscia, dove si depenalizzano i reati dei ricchi... si vogliono sbattere in galera quelli che danno un po' di colore al grigio dei muri orrendi delle periferie.
Complimenti!
MA ANCORA NON ABBIAMO TOCCATO IL FONDO. 
Ciao
Fulvio


Caro Fulvio,
e diciamola tutta, in galera ci deve andare chi si ritrova i
muri imbrattati, non gli imbrattatori, mettiamo dietro le
sbarre le vittime, non gli aguzzini. Così almeno il fondo
lo tocchiamo e non ci pensiamo più. E l'ultimo ad
andarsene spenga la luce.
Buona serata
Roberto


 


Caro Roberto.

Qui non si parla di imbrattare muri,ma di graffiti e murales.
Insozzare i muri è un conto,
libertà di espressione artistica è tutt'altro.
E non facciamo finta di non capire, b'vakashà,
altrimenti finiamo per accettare che si vieti qualsiasi cosa
in nome di chissà quale pulizia.

 

Cosa diresti se divenisse reato scrivere su internet
per impedire gli innumerevoli usi illeciti
cui è soggetta la rete?



Lasciamo libertà di volo alla fantasia
affinché il colore copra il grigiore.
E non permettiamo che dei singoli episodi,
delle scritte oltraggiose
o degli scarabocchi volgari,
diventino protagonisti di una repressione
del tutto fuori luogo.

Altrimenti arrestiamo anche i madonnari,
i musicisti ambulanti,
gli scrittori di "concerto di sogni"...


"Aguzzini e vittime" non ci sono
finché c'è libertà
e rispetto di leggi che siano rispettabili
e non offendano la nostra intelligenza
e la nostra dignità.

Altrimenti andiamo anche
a Santa Maria al Bagno
a ripulire i muri "imbrattati".
Anche gli Ebrei lì ospitati erano "aguzzini"?


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permalink | inviato da momovedim il 3/11/2008 alle 17:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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