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con la stoffa di re Salomone e l'occhio rapido dello scugnizzo

 

Falcone, che peccato...
post pubblicato in archivio, il 25 maggio 2012
Leggere certe affermazioni nell'articolo di Sandro Viola (fatto sparire ad arte dagli archivi web di Repubblica) non mi sorprende affatto. Lui è un campione mondiale nel suo genere. E, del resto, perché mai dovrei sorprendermi per uno che ha scritto cose anche peggiori, soprattutto parlando di ebrei e Israele?
Buona lettura.

Falcone, che peccato…
di Sandro Viola


D’un uomo come Giovanni Falco­ne, il magistrato che alla metà degli anni Ottanta, dal suo posto alla Procura di Palermo, inflisse alcuni duri colpi alla mafia, si vorrebbe dire tutto il bene possibile. O quanto meno, per evitare di trovarsi nel­la pessima compagnia di certi suoi detrattori, non si vorrebbe dirne male. E tutta­via, da qualche tempo sta diventando diffi­cile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato.

Egli è stato preso, infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana — a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica —, spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera, con il prof. Sgarbi, con i leaders di partito, con i conduttori di «talk-shows», con gli allenatori di calcio, insomma con tutti coloro che ci affliggono quotidianamente, nei giornali e alla televisione, con le loro fumose e insopportabili logor­ree.

Ecco quindi il magistrato Falcone, oggi ad uno dei postì di vertice del ministero di Grazia e Giustizia, divenuto uno dei più loquaci e prolifici componenti del carrozzo­ne pubblicistico italiano. Artìcoli, interviste, sortite radiofoniche, comparse televi­sive. E come se non bastasse, libri: è uscito da poco, infatti, un suo libro-intervista dal titolo accattivante, un titolo metà Sciascia e metà «serial» televisivo, «Cose di cosa nostra», che con il suo suono leggero, la sua graziosa allitterazione, a tutto fa pensare meno che ai cadaveri seminati dalla mafia. Concludendo: ecco il giudice Falcone en­trato a far parte di quella scalcinata com­pagnia di giro degli autori di «instant books», degli «opinionisti al minuto», dei «noti esperti», degli «ospiti in studio», che sera dopo sera, a sera inoltrata — quasi un «memento mori» —, s’affacciano dagli schermi televisivi.

Né il giudice Falcone può invocare la sua esperienza del crimine, e del crimine mafioso in particolare come giustificazione di tanti interventi. Certo, ci sono mate­rie in cui la parola va data al «noto esperto»: la gastronomia, poniamo, il giardinag­gio, il salvataggio dei monumenti. Nulla osta, infatti, acché queste materie venga­no trattate in tutta libertà, col più esplicito dei linguaggi. Ma parlare di crimine quan­do si ricopre un’altissima carica nell’amministrazione della giustizia, è diverso.

Intanto, si pone il problema formale della compatibilità tra la funzione nell’apparato statale e l’attività pubblicistica. E poi c’è un elemento sostanziale. Trattare la materia mafiosa quando si è, allo stesso tempo, un magistrato coinvolto a fondo nella lotta alla mafia, impone un riserbo. Costringe, se non proprio all’evasività, a discorsi generici. Infatti, dal dr. Falcone lo spettatore televisivo, il lettore dei suoi articoli, ricaverà quasi sempre molto poco. Perché quello che il direttore degli Affari Penali sa, non può certo essere detto interamente; e quello che pensa — se appena l’argomento è un po’ delicato —, va detto con estrema cautela.

Il risultato è che le esternazioni del dr. Falcone risultano quanto mai nebulose. Così, qualcuno penserà che egli non sa niente di niente sulla criminalità organizzata, un altro crederà che lancia messaggi trasversali, un altro ancora ri­terrà che ciurla nel manico, un ultimo so­spetterà che non sa esprimersi. E dunque che senso può avere il pronunciarsi (come il giudice Falcone fa così di frequente), quando il decoro della funzione giudiziaria, gli obblighi di discrezione connessi alla carica, impediscono giustamente d’essere troppo espliciti? Non si potrebbe rispondere alle segretarie di redazione del Tg2 e del Tg3 che telefonano per organizzare una trasmissione, «Grazie, ma sono occupato»?

Beninteso, rimproverare al giudice Falcone di contribuire senza risparmio al «ronzio incessante di commenti estetici, di opinioni al minuto, di giudizi pontificali pre-imballati che invadono l’etere», sarebbe più pertinente in un altro paese che non l’Italia. In Italia, si sa come stanno le cose. Il primo a violare giornalmente ogni obbligo di riserbo, di misura, di rispetto per la propria funzione, è il primo cittadino della Repubblica. E di fronte a tanto disprezzo delle regole da parte di chi, per primo, dovrebbe servire da esempio, illu­strando le virtù della discrezione e della compostezza, prendersela col dr. Falcone può risultare ozioso.

Ma è il passato del giudice Falcone, che induce alla critica. Non lo si tirerebbe in ballo se egli fosse uno dei tanti magistrati che si sono messi a far politica, ad ammor­bare con la loro prosa indigeribile le pagi­ne dell’«Unità», ad esibire le loro parlanti­ne in televisione. Ma la capacità con cui egli svolse i suoi incarichi alla Procura di Palermo, la stima che suscitò in tanti di noi, costringono ad esprimere uno stupore, una riserva, sull’eccesso di verbosità con cui egli va conducendo questa secon­da parte della sua carriera. Perché nessu­na regola o consuetudine prevede che i magistrati tengano una «rubrica fissa» sul crimine. Perché nessun paese civile ha mai lasciato che si confondessero la magistratura e l’attività pubblicistica. E dun­que non si capisce come mai il dr. Falco­ne, se proprio tiene tanto al suo nuovo ruolo di «esperto in criminalità mafiosa», non ne faccia la sua professione definitiva, abbandonando (questo sì, questo sa­rebbe inevitabile) la magistratura.

Qualcuno mi dice che le continue sortite del giudice palermitano avrebbero un loro scopo, peraltro apprez­zabile: quello d’illustrare, propagandare, i due organismi varati recentemente per combattere meglio la mafia, la cosiddetta Superprocura e la Dia. Personalmente, considero la Superprocura e la Dia due misure sensate (e che mi auguro risultino efficaci), mentre mi sfuggono le ragioni di chi invece le avversa. Ma quanto al propagandarle, il direttore degli Affari penali avrebbe altro modo che non il presenzialismo di cui s’è detto. Due interviste all’anno — chiare, circostanziate — sarebbero infatti più che sufficienti.

Quel che temo, tuttavia, è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio d’interviste all’anno. La logica e le trappole dell’informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine,del tutto equilibrati. L’apparire, il pronunciarsi ingenerano ad un certo momento come una «dipendenza», il timore lancinante che il non esibirsi sia lo stesso che non esistere. E scorrendo il libro-intervista di Falcone, «Cose di cosa nostra», s’avverte (anche per il concorso d’una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi.

E, si capisce, la fatuità fa declinare la capacità d’autocritica. Solo così si spiegano le melensaggini di «Cose di cosa nostra». Frasi come: «Questa è la Sicilia, l’isola del potere e della patologia del potere»; oppure: «Al tribunale di Palermo sono stato oggetto d’una serie di microsismi…»; oppure ancora: «Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a più non posso e non m’erano necessarie particolari illuminazioni per capire che la mafia era una organizzazione criminale». Dio, che linguaggio.

A Falcone non saranno necessarie, ma a me servirebbero, invece, due o tre « particolari illuminazioni»: così da capire, o avvicinarmi a capire, come mai un valoroso magistrato desideri essere un mediocre pubblicista.

(Da Repubblica del 9 gennaio 1992, si ringrazia l'Emeroteca Tucci di Napoli)


La vera munnezza d'Italia ha nome e cognome
post pubblicato in archivio, il 3 novembre 2010
Silvio Berlusconi
criminale
piduista
mafioso
amico dei dittatori
pedofilo e omofobo dichiarato




In una sola parola
MUNNEZZA

74 luridi anni
post pubblicato in archivio, il 1 ottobre 2010
"Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese?  No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perché aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un'ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh?"




Raccontando barzellette di questa portata si diverte l'amichetto di Gheddafi e Putin
per intrattenere la corte di lecchini al suo compleanno. Spero che D-o ci conceda che questo sia l'ultimo.


Baciamani...
post pubblicato in diario, il 29 marzo 2010
Una questione gerarchica...









Ciascuno bacia la mano del proprio Padrino.
Berlusconi ha sconfitto Cosa Nostra
post pubblicato in diario, il 5 dicembre 2009
Un pentito di mafia che depone in tribunale. Uno che nel curriculum vitae, fra i  numerosi omicidi, ha anche quello di un bambino sciolto nell'acido.

Un uomo che si dice pentito del male che ha fatto e che adesso confessa tutto quello che sa. Non sarebbe una novità nel mondo della Giustizia, se non fosse che la sua deposizione è seguita con grande interesse dalla stampa di tutto il mondo, poiché si parla di Silvio Berlusconi.



"Berlusconi e Dell'Utri sono i responsabili delle stragi del 1992/1993".

Gaspare Spatuzza, u Tignusu. La scena drammatica di una sconfitta che sembra definitiva. Una capitolazione di Cosa Nostra, oragnizzazione che lui stesso definisce "terroristica".

Non più subalterna allo Stato come nella Prima Repubblica in cui aveva come referente Giulio Andreotti,
la Mafia negli Anni Novanta tentò di condizionare la politica dal di dentro, contando su due persone che erano state indicate affidabili come gli stessi "uomini d'onore": Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.

Ma così non è stato:

"L'impegno dell'esecutivo nella lotta contro la mafia ha dato ''risultati senza precedenti, e' una stagione straordinaria. Da questa azione del governo Berlusconi straordinariamente efficace contro la mafia''. Lo ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del cosiglio dei ministri."
http://it.notizie.yahoo.com/19/20091009/tpl-mafia-maroni-da-lotta-risultati-stra-1204c2b_1.html

Berlusconi ha sconfitto Cosa Nostra!

E' riuscito in quell'impresa titanica che lo Stato Italiano non era mai riuscito a portare a termine.

Berlusconi ha vinto, lo dice u Tignusu, come lo dicono Putin, Gheddafi, Lukashenko...

Il nostro Primo Ministro confessa pubblicamente in conferenza stampa la sua voglia di scappare all'estero, per mettersi al riparo dalla Giustizia, per rifugiarsi nel paradiso fiscale panamense di Riccardo Martinelli.



Il nostro Primo Ministro ha sconfitto la Mafia non nelle aule di Tribunale, non con i mezzi della Giustizia. Il nostro Primo Ministro ha sconfitto la Mafia,  venendo meno ai patti che aveva stipulato con essa e superandola in tutto.



L'ombra che arriva
su Capaci e via D'Amelio

di GIUSEPPE D'AVANZO


CI SONO due frasi che - tragiche e spaventose, se vere - vanno estratte dal reticolo di parole dette a Torino da Gaspare Spatuzza. Condannato all'ergastolo per sette stragi e quaranta omicidi, ora testimone dell'accusa, il mafioso di Brancaccio definisce con una formula inedita Cosa Nostra. La dice "un'organizzazione terroristica mafiosa". [leggi l'articolo]
Baciamo le mani !
post pubblicato in diario, il 14 novembre 2009
«Ora che siamo risuciti a far ritornare "legalmente" in Italia i nostri soldi con lo scudo fiscale, ora finalmente possiamo riprenderci quello che è nostro e che la Maggisciatura comunista voleva rubbarci!»

E' visibilmente soddisfatto il mafioso che abbiamo intervistato, e spara verso il cielo una raffica di ringraziamento con il suo kalashnikov. Una gazza ladra cade a terra priva di vita.


«Miinchia, una gazza ladra! questo un buon segno jè: è Dio che ci dice che sta dalla nostra parte. La vita tutti i giorni rischiamo noi, e lo Stato cosa ci voleva fare? Privarci dei nostri beni! Ma vi sembra giusta una cosa simile!? Ma noi ringraziamo Dio che ci ha mandato Silvio Berlusconi che fa tutto come piace a noi!»



149 sì contro 112 no, 3 astenuti. Così è passata al Senato la Finanziaria, piena di belle idee:
  • no agli 80 milioni nella ricerca, niente nuove assunzioni nelle Università
  • no ai fondi per la messa in sicurezza del Messinese
  • no agli aiuti agli inquilini
  • no alla riduzione IRAP
  • no agli sgravi fiscali seri
  • no a nuovi finanziamenti alla Giustizia: si rigirano i soldi che già ha avuto!
Poi ci sono altri giochi di prestigio fatti sugli immobili: quelli della Difesa vengono sottratti al Demanio e regalati a "Difesa S.p.A." di cui sarebbe assai simpatico conoscere i nomi degli azionisti di maggioranza.

Gli immobili sottratti alle mafie, quelli che con Legge del 1996 erano restituiti alla collettività e destinati ad usi sociali, da oggi saranno messi in vendita. Insomma, SALDI per gli stessi mafiosi.

LIBERA, l'associazione contro tutte le mafie, ovviamente s'incazza, mentre mafiosi, camorristi e 'ndranghetosi se la ridono soddisfatti.




Beni confiscati alle mafie: don Ciotti "L'emendamento della Finanziaria votato oggi al Senato tradisce lo spirito della legge sui beni confiscati"

«Con l'emendamento votato oggi al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, viene di fatto tradito l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività.
Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l'obbiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal "Fondo unico giustizia" alimentato con i soldi "liquidi" sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia.
Ma è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all'influenza dei clan.
Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore "regalo" alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera».

Luigi Ciotti
Presidente di Libera
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1763


"Continuerò a fare il giornalista con la schiena dritta"
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2009
Un altro giornalista italiano finisce nel mirino: SANDRO RUOTOLO.

Una lettera inviata presso il suo domicilio, il cui indirizzo non è ricavabile né dall'elenco telefonico né da ricerche sul web, gli fa presente che il suo nome è in una lista nera di "obiettivi".

La Digos sta indagando per ricostruire la provenienza di quella missiva, da prendere in seria considerazione, in quanto vi sono inseriti dettagli che suggeriscono come il giornalista sia stato fatto oggetto di pedinamenti e che sia stato personalmente controllato da sconosciuti impegnati ad acquisire elementi per intimorirlo.



Le uniche dichiarazioni rilasciate da Rutolo al riguardo:

Mi fido degli investigatori, quello che loro dicono mi va bene, sono dei professionisti. Non posso dire di più per ovvie ragioni di riserbo legate alle indagini. L’unica cosa che posso sicuramente affermare è che continuerò a fare il giornalista con la schiena dritta, queste cose non mi fermano.

Il nostro paese somiglia sempre più alla Russia del KGB Putin, dove chi fa informazione rischia ogni giorno la vita.



SANDRO, HAI TUTTA LA MIA STIMA E IL MIO APPOGGIO.

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permalink | inviato da momovedim il 6/10/2009 alle 14:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Vita di regime
post pubblicato in diario, il 15 aprile 2009

La ricetta comincia così: negare la libertà con tanta dolcezza da non farsene accorgere, prospettando una vita più facile, sgravata dall'onere di quelle responsabilità che rendono la vita adulta meno spensierata.

Detta così, viene in mente il regime sovietico, ma coi sensi ovattati da quell'anestesia tipica delle dittature sudamericane. In realtà, la nostra è una formula nuova che fa scoprire come sia possibile impiantare nel cuore dell'Europa, nella patria di Dante e Galilei, qualcosa che un tempo si credeva fosse praticabile solo fra le masse povere e ignoranti del terzo mondo.

E' stato facilissimo superare gli ostacoli, perfino quelli degli scomodi Anni Settanta che oggi sembrano lontane un secolo.

Un regime partorito senza dolore, perché non è un regime tipicamente autoritario: se così fosse, avrebbe una morale da imporre, un ordine da far rispettare, una giustizia da applicare: cose che rappresenterebbero ostacoli da superare, guerre da combattere. Il nostro è invece un regime criminale, un regime che in un passo di danza ha fatto delle imprese del riciclaggio del danaro uno dei motori portanti dell'economia.

Politicamente è riuscito a rafforzarsi con l'appoggio di minoranze marginali alle quali ha regalato un istante di protagonismo; ha poi condiviso con esse gli slogan, fino a svuotarli, omologando e inglobando l'eventuale dissenso.

Ha poi illuso le minoranze regionali e religiose potenzialmente più scomode, con promesse e dichiarazioni altisonanti, sfruttando il loro appoggio. Fin quando non si presenterà l'occasione propizia per schiacciarle.

Ecco perché oggi nell'indifferenza generale può accadere di tutto e non ci si scandalizza di niente, neppure di scoprire che molti dei nostri cosiddetti V.I.P. sono persone che in qualsiasi paese democratico non starebbero nei posti di potere, ma in galera.

Così, non desta meraviglia leggere che, a fronte del 50% delle case dell'Aquila ritenute agibili, c'è un misero 3 su 23 di scuole che non sono da abbattere.

E non si fa caso alla Sardegna che a breve verrà devastata dal cemento, pur sapendo che anche quel cemento nella maggior parte dei casi sarà pessimo e verrà allegramente impastato con sabbia di mare.

Ovviamente non ci si scompone davanti all'ulteriore avvelenamento del più grande parco ortofrutticolo del sud Italia, con l'accensione del famigerato inceneritore di Acerra: tanto, fra un po' avremo anche 4 centrali nucleari, e magari una di queste piazzata a due passi dal Vesuvio.

Sicché in questo contesto non sembrerà di certo strano vedere la kippà in testa ai peggiori goyim; anzi scopriremo che tanti ebrei, con abbondante dose di forzata ingenuità, cercheranno d'illudersi che la presenza di una Nirenstein nelle retrovie di quel regime sia di buon auspicio.

Ovviamente, il punto cardine di ogni regime è il linguaggio, il significato delle parole, delle frasi: la semantica. E' di vitale importanza la deformazione della comunicazione; una deformazione tale da far apparire più che lecite le continue parole di minaccia di chi detiene il potere e, al tempo  stesso, violente o vuote di significato le parole di chi vi si oppone.


Qui di seguito, ho provato a immaginare come potrebbe essere deformata la lettura dell'incipit di questo stesso post.

"La cura si apre così: liberarsi dal disorientamento con amore e agendo nella privacy, programmando una vita di confort, detassata dall'onere di quelle imposte che rendevano la vita degli anziani meno felice.

Pronunciata in questo modo, fa pensare alle badanti russe, ma con in più la dolcezza tipica delle latinoamericane che sanno spazzare via il dolore. In realtà, la nostra è una formula nuova che fa scoprire come sia possibile impiantare nel cuore dell'Europa, nella patria di Dante e Galilei, qualcuno che un tempo si credeva fosse adatto a vivere solo nel terzo mondo, martoriato dalla povertà e dall'ignoranza.

E' stato facilissimo fare progressi, lasciandosi indietro le scomodità degli Anni Settanta che oggi sembrano lontani un secolo.

Una dieta senza sacrifici, perché non è la tipica dieta rigida..." ecc..

Un essere immondo a capo del Governo
post pubblicato in diario, il 7 febbraio 2009

Berlusconi difende la privacy, perché non ne può più dell'uso smodato delle intercettazioni telefoniche che stanno decimando i suoi fan club.

Così è diventato paladino della privacy. Sì proprio lui, il proprietario del network televisivo in cui si fa a gara a chi vomita di più, in cui l'entrata in scena di una donna è caratterizzata da inquadrature che ricordano più una visita ginecologica che non un varietà.



Con la faccia di culo di chi sa di essere coccolato come un santino dall'intera malavita organizzata, Berlusconi oggi difende la privacy.

Dopo cinque minuti, di quella stessa privacy se ne sbatte totalmente, e punta il dito sulla famiglia Englaro, esordendo:
«Non capisco come ci possano essere persone che non siano d'accordo con noi!»

E' una caricatura di se stesso, con tanto di plurale majestatis.

Cosa avrà mai fatto di male, la famiglia Englaro, per meritarsi la sua attenzione?

In realtà niente, ma fa comodo che in questo momento i riflettori si spostino dalla politica a un caso doloroso, che monopolizzi l'attenzione dell'opinione pubblica. E più si fa chiasso, meglio è. Tanto a lui della privacy interessa solo quando si tratta d'impedire le intercettazioni telefoniche.

Così, non si fa scrupolo a seminare odio e a far apparire il signor Englaro come un mostro:
«A me sembra che non ci sia altro che la volontà di togliersi di mezzo una scomodità».

Io ne ho conosciuti di uomini di merda, ma come Berlusconi non c'è pari.

Così rincara la dose: «Se uno dei miei figli fosse lì, vivo e, mi dicono, anche con un bell’aspetto e con delle funzioni come il ciclo mestruale attivo e con la capacità di potersi risvegliare visto che il cervello trasmette ancora segnali elettrici, io non me la sentirei proprio di staccare la spina»

Poi, finita la vomitata sugli Englaro, ritorna al suo consueto odio per la Legge. E, come solo un gangster potrebbe fare, prende a diffamare ciò che un normale Presidente del Consiglio dovrebbe considerare sacro: la Costituzione della Repubblica Italiana.

«Mi sono più volte anche pubblicamente lamentato, del fatto che la nostra legge fondamentale dà alle imprese poco spazio. La formulazione dell'articolo 41 e seguenti risente delle implicazioni sovietiche che fanno riferimento alla cultura e alla costituzione sovietica da parte dei padri che hanno scritto la Costituzione»

E' vero, la nostra Costituzione dà poco spazio all'impresa malavitosa.

Articolo 41
"L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali".

Spero che Berlusconi finisca al più presto in malora e gli auguro tanti guai quanti capelli s'è fatto trapiantare su quella sua zucca vuota.

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