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con la stoffa di re Salomone e l'occhio rapido dello scugnizzo

 

CAMORRISTI, MORIRETE !
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2013
Camorristi, presto anche voi morirete. E i nipotini che oggi vi sorridono e giocano sulle vostre ginocchia, domani verranno a profanare le vostre tombe, a pisciarci sopra ridendo insieme agli amici.

Camorristi, le vostre anime bruceranno nel fuoco dell'inferno, e le vostre ripetute invocazioni a Sant'Antonio non varranno a nulla, così come non valsero a nulla quelle dei vostri predecessori sanfedisti che scomodarono il padovano perché si rendesse vostro complice nel defenestrare San Gennaro, reo a loro dire di aver appoggiato i giacobini!

Camorristi, finirete in un girone infernale in cui le vostre anime, dopo essere squagliate nell'acido, si rigenereranno di nuovo per essere
squagliate un'altra volta, e poi ancora e ancora, all'infinito.

Camorristi, site 'o scuorno 'e ll'umanità!



De Magistris: Giggì, sei quello che sei !!
post pubblicato in diario, il 18 gennaio 2012
Mentre Gomorra impazza,
così oggi come ieri...


...in una scenografia fatta di munnezza...


...in un clima da western d'infima categoria...


...con schiavi neri uccisi e zingari dati alle fiamme...


...dove i buoni sono sempre pochi e soli...


...tu ti trastulli a baciare il sangue,
aspettando il miracolo del santo ...


...e giochi maledestramente la carta
dell'amico dei popoli oppressi,
ossequiando gli oppressori...


...fottendotene altamente del popolo di Napoli...


...e per farti bello,
togli le auto blu agli assessori,
ma non la tua...



...che con strafottenza lasci in divieto di sosta.


Giggì, sei quello che sei !!
E anche se oggi puoi vantarti
di essere in cima all'hit parade dei sindaci...
RICORDA:
 a me stai ugualmente sulle palle!
La vera munnezza d'Italia ha nome e cognome
post pubblicato in archivio, il 3 novembre 2010
Silvio Berlusconi
criminale
piduista
mafioso
amico dei dittatori
pedofilo e omofobo dichiarato




In una sola parola
MUNNEZZA

Il Nuovo Ordine Italiano
post pubblicato in diario, il 30 marzo 2010
Annessione del Piemonte al Lombardo-Veneto


Restituzione del Lazio allo Stato Pontificio


Campania e Calabria in mano alla legge


E TUTTI IN CORO NOI CANTIAMO:
VIVA VIVA QUINTILIANO !

Nelle liste PDL, ex-verde condannato per concorso esterno alla camorra
post pubblicato in diario, il 3 marzo 2010
"Sapete chi è stato il primo a segnalarmi Roberto Conte? È stato Cesa".

È la rivelazione di Alfonso Luigi Marra, l’avvocato protagonista della candidatura alle regionali dell’ex consigliere regionale della Margherita (nella foto), su cui grava una condanna in primo grado per concorso in associazione mafiosa. (leggi articolo)



Roberto Conte, condannato in primo grado
a due anni e otto mesi per associazione camorristica


La Dda di Napoli ha aperto un'indagine conoscitiva sui candidati alle prossime elezioni regionali in Campania, sui candidati al rinnovo della Provincia di Caserta oltre a numerosi comuni . L'obbiettivo è monitorare l'eventuale presenza nella competizione elettorale di uomini legati alla camorra. Un'attività, quella intrapresa dalla Direzione distrettuale antimafia, volta a capire se sono già in atto tentativi di condizionamento della campagna elettorale e delle prossime assemblee elettive. (leggi articolo)



Dopo il caso Cosentino indagato per camorra, oggi il caso Conte

Baciamo le mani !
post pubblicato in diario, il 14 novembre 2009
«Ora che siamo risuciti a far ritornare "legalmente" in Italia i nostri soldi con lo scudo fiscale, ora finalmente possiamo riprenderci quello che è nostro e che la Maggisciatura comunista voleva rubbarci!»

E' visibilmente soddisfatto il mafioso che abbiamo intervistato, e spara verso il cielo una raffica di ringraziamento con il suo kalashnikov. Una gazza ladra cade a terra priva di vita.


«Miinchia, una gazza ladra! questo un buon segno jè: è Dio che ci dice che sta dalla nostra parte. La vita tutti i giorni rischiamo noi, e lo Stato cosa ci voleva fare? Privarci dei nostri beni! Ma vi sembra giusta una cosa simile!? Ma noi ringraziamo Dio che ci ha mandato Silvio Berlusconi che fa tutto come piace a noi!»



149 sì contro 112 no, 3 astenuti. Così è passata al Senato la Finanziaria, piena di belle idee:
  • no agli 80 milioni nella ricerca, niente nuove assunzioni nelle Università
  • no ai fondi per la messa in sicurezza del Messinese
  • no agli aiuti agli inquilini
  • no alla riduzione IRAP
  • no agli sgravi fiscali seri
  • no a nuovi finanziamenti alla Giustizia: si rigirano i soldi che già ha avuto!
Poi ci sono altri giochi di prestigio fatti sugli immobili: quelli della Difesa vengono sottratti al Demanio e regalati a "Difesa S.p.A." di cui sarebbe assai simpatico conoscere i nomi degli azionisti di maggioranza.

Gli immobili sottratti alle mafie, quelli che con Legge del 1996 erano restituiti alla collettività e destinati ad usi sociali, da oggi saranno messi in vendita. Insomma, SALDI per gli stessi mafiosi.

LIBERA, l'associazione contro tutte le mafie, ovviamente s'incazza, mentre mafiosi, camorristi e 'ndranghetosi se la ridono soddisfatti.




Beni confiscati alle mafie: don Ciotti "L'emendamento della Finanziaria votato oggi al Senato tradisce lo spirito della legge sui beni confiscati"

«Con l'emendamento votato oggi al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, viene di fatto tradito l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività.
Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l'obbiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal "Fondo unico giustizia" alimentato con i soldi "liquidi" sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia.
Ma è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all'influenza dei clan.
Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore "regalo" alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera».

Luigi Ciotti
Presidente di Libera
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1763


La Camorra si aspetta un consenso plebiscitario
post pubblicato in diario, il 13 novembre 2009
A suo dire, è il "territorio" che lo vuole Governatore della Campania. Mentre la Magistratura lo vorrebbe in galera. Ma la Magistratura è brutta e cattiva...è politicizzata... è comunista, come ci insegna re Silvio.



Nicola Consentino, nato il 2 gennaio 1959 in quella stessa Casal di Principe romanzata da Roberto Saviano in Gomorra, libro che secondo qualcuno, racconterrebbe "tutte frottole che mettono in cattiva luce l'imprenditoria campana".



Nicola Cosentino, sottosegretario di Stato all'Economia e alle Finanze nell'attuale Governo Berlusconi. I giornali hanno scritto che anche nel PdL comincia a esserci chi non gradisce la sua canditatura, considerandola troppo spregiudicata perfino per un partito guidato da un piduista plurindagato.



Ma Nicola Consentino tiene a sottolineare: «Il premier mi ha espresso la più ampia solidarietà. I tempi per la scelta delle candidature non saranno brevissimi. La mia candidatura non nasce dal nulla, ma è espressione dell'intera regione Campania. Mantengo questa candidatura perché è ancora forte e nasce dal territorio. Qualsiasi scelta diversa dovrà tenere conto delle indicazioni del territorio»



Intanto, a Fini che non è contento lui risponde: «Comprendo le sue preoccupazioni, ma deve anche comprendere che c'è una richiesta forte di cambiamento che arriva dal territorio»

E il succo della "richiesta" che a suo dire "arriva dal territorio", non può essere altro che la pretesa di pieno sdoganamento della Camorra che, da "Criminalità Organizzata" vuole essere promossa a "Classe Imprenditoriale", essendo già da decenni il vero motore dell'economia campana.

Fortunatamente, su quello stesso "territorio" resistono anche altre realtà.



Sequestro in stile camorra
post pubblicato in diario, il 8 novembre 2009

dal blog
Generación Y
http://www.desdecuba.com/generaciony



(Nota del editor del blog: Video de la manifestación a la que Yoani fue impedida de participar)

Cerca de la calle 23 y justo en la rotonda de la Avenida de los Presidente, fue que vimos llegar en un auto negro –de fabricación china– a tres fornidos desconocidos: “Yoani, móntate en el auto” me dijo uno mientras me aguantaba fuertemente por la muñeca. Los otros dos rodeaban a Claudia Cadelo, Orlando Luís Pardo Lazo y una amiga que nos acompañaba a una marcha contra la violencia. Ironías de la vida, fue una tarde cargada de golpes, gritos y malas palabras la que debió transcurrir como una jornada de paz y concordia. Los mismos “agresores” llamaron a una patrulla que se llevó a mis otras dos acompañantes, Orlando y yo estábamos condenados al auto de matrícula amarilla, al pavoroso terreno de la ilegalidad y la impunidad del Armagedón.

Me negué a subir al brillante Geely y exigimos nos mostraran una identificación o una orden judicial para llevarnos. Claro que no enseñaron ningún papel que probara la legitimidad de nuestro arresto. Los curiosos se agolpaban alrededor y yo gritaba “Auxilio, estos hombres nos quieren secuestrar”, pero ellos pararon a los que querían intervenir con un grito que revelaba todo el trasfondo ideológico de la operación: “No se metan, estos son unos contrarrevolucionarios”. Ante nuestra resistencia verbal, tomaron el teléfono y dijeron a alguien que debió ser su jefe: “¿Qué hacemos? No quieren subir al auto”. Imagino que del otro lado la respuesta fue tajante, porque después vino una andanada de golpes, empujones, me cargaron con la cabeza hacia abajo e intentaron colarme en el carro. Me aguanté de la puerta… golpes en los nudillos… alcancé a quitarle un papel que uno de ellos llevaba en el bolsillo y me lo metí en la boca. Otra andanada de golpes para que les devolviera el documento.

Adentro ya estaba Orlando, inmovilizado en una llave de kárate que lo mantenía con la cabeza pegada al piso. Uno puso su rodilla sobre mi pecho y el otro, desde el asiento delantero me daba en la zona de los riñones y me golpeaba la cabeza para que yo abriera la boca y soltara el papel. En un momento, sentí que no saldría nunca de aquel auto. “Hasta aquí llegaste Yoani”, “Ya se te acabaron las payasadas” dijo el que iba sentado al lado del chófer y que me halaba el cabello. En el asiento de atrás un raro espectáculo transcurría: mis piernas hacia arriba, mi rostro enrojecido por la presión y el cuerpo adolorido, al otro lado estaba Orlando reducido por un profesional de la golpiza. Sólo acerté a agarrarle a éste –a través del pantalón– los testículos, en un acto de desespero. Hundí mis uñas, suponiendo que él iba a seguir aplastando mi pecho hasta el último suspiro. “Mátame ya” le grité, con la última inhalación que me quedaba y el que iba en la parte delantera le advirtió al más joven “Déjala respirar”.

Escuchaba a Orlando jadear y los golpes seguían cayendo sobre nosotros, calculé abrir la puerta y tirarme, pero no había una manilla para activar desde adentro. Estábamos a merced de ellos y escuchar la voz de Orlando me daba ánimo. Después él me dijo que lo mismo le ocurría con mis entrecortadas palabras… ellas le decían “Yoani sigue viva”. Nos dejaron tirados y adoloridos en una calle de la Timba, una mujer se acercó “¿Qué les ha pasado?”… “Un secuestro”, atiné a decir. Lloramos abrazados en medio de la acera, pensaba en Teo, por Dios cómo voy a explicarle todos estos morados. Cómo voy a decirle que vive en un país donde ocurre esto, cómo voy a mirarlo y contarle que a su madre, por escribir un blog y poner sus opiniones en kilobytes, la han violentado en plena calle. Cómo describirle la cara despótica de quienes nos montaron a la fuerza en aquel auto, el disfrute que se les notaba al pegarnos, al levantar mi saya y arrastrarme semidesnuda hasta el auto.

Logré ver, no obstante, el grado de sobresalto de nuestros atacantes, el miedo a lo nuevo, a lo que no pueden destruir porque no comprenden, el terror bravucón del que sabe que tiene sus días contados.

Vita di regime
post pubblicato in diario, il 15 aprile 2009

La ricetta comincia così: negare la libertà con tanta dolcezza da non farsene accorgere, prospettando una vita più facile, sgravata dall'onere di quelle responsabilità che rendono la vita adulta meno spensierata.

Detta così, viene in mente il regime sovietico, ma coi sensi ovattati da quell'anestesia tipica delle dittature sudamericane. In realtà, la nostra è una formula nuova che fa scoprire come sia possibile impiantare nel cuore dell'Europa, nella patria di Dante e Galilei, qualcosa che un tempo si credeva fosse praticabile solo fra le masse povere e ignoranti del terzo mondo.

E' stato facilissimo superare gli ostacoli, perfino quelli degli scomodi Anni Settanta che oggi sembrano lontane un secolo.

Un regime partorito senza dolore, perché non è un regime tipicamente autoritario: se così fosse, avrebbe una morale da imporre, un ordine da far rispettare, una giustizia da applicare: cose che rappresenterebbero ostacoli da superare, guerre da combattere. Il nostro è invece un regime criminale, un regime che in un passo di danza ha fatto delle imprese del riciclaggio del danaro uno dei motori portanti dell'economia.

Politicamente è riuscito a rafforzarsi con l'appoggio di minoranze marginali alle quali ha regalato un istante di protagonismo; ha poi condiviso con esse gli slogan, fino a svuotarli, omologando e inglobando l'eventuale dissenso.

Ha poi illuso le minoranze regionali e religiose potenzialmente più scomode, con promesse e dichiarazioni altisonanti, sfruttando il loro appoggio. Fin quando non si presenterà l'occasione propizia per schiacciarle.

Ecco perché oggi nell'indifferenza generale può accadere di tutto e non ci si scandalizza di niente, neppure di scoprire che molti dei nostri cosiddetti V.I.P. sono persone che in qualsiasi paese democratico non starebbero nei posti di potere, ma in galera.

Così, non desta meraviglia leggere che, a fronte del 50% delle case dell'Aquila ritenute agibili, c'è un misero 3 su 23 di scuole che non sono da abbattere.

E non si fa caso alla Sardegna che a breve verrà devastata dal cemento, pur sapendo che anche quel cemento nella maggior parte dei casi sarà pessimo e verrà allegramente impastato con sabbia di mare.

Ovviamente non ci si scompone davanti all'ulteriore avvelenamento del più grande parco ortofrutticolo del sud Italia, con l'accensione del famigerato inceneritore di Acerra: tanto, fra un po' avremo anche 4 centrali nucleari, e magari una di queste piazzata a due passi dal Vesuvio.

Sicché in questo contesto non sembrerà di certo strano vedere la kippà in testa ai peggiori goyim; anzi scopriremo che tanti ebrei, con abbondante dose di forzata ingenuità, cercheranno d'illudersi che la presenza di una Nirenstein nelle retrovie di quel regime sia di buon auspicio.

Ovviamente, il punto cardine di ogni regime è il linguaggio, il significato delle parole, delle frasi: la semantica. E' di vitale importanza la deformazione della comunicazione; una deformazione tale da far apparire più che lecite le continue parole di minaccia di chi detiene il potere e, al tempo  stesso, violente o vuote di significato le parole di chi vi si oppone.


Qui di seguito, ho provato a immaginare come potrebbe essere deformata la lettura dell'incipit di questo stesso post.

"La cura si apre così: liberarsi dal disorientamento con amore e agendo nella privacy, programmando una vita di confort, detassata dall'onere di quelle imposte che rendevano la vita degli anziani meno felice.

Pronunciata in questo modo, fa pensare alle badanti russe, ma con in più la dolcezza tipica delle latinoamericane che sanno spazzare via il dolore. In realtà, la nostra è una formula nuova che fa scoprire come sia possibile impiantare nel cuore dell'Europa, nella patria di Dante e Galilei, qualcuno che un tempo si credeva fosse adatto a vivere solo nel terzo mondo, martoriato dalla povertà e dall'ignoranza.

E' stato facilissimo fare progressi, lasciandosi indietro le scomodità degli Anni Settanta che oggi sembrano lontani un secolo.

Una dieta senza sacrifici, perché non è la tipica dieta rigida..." ecc..

Un essere immondo a capo del Governo
post pubblicato in diario, il 7 febbraio 2009

Berlusconi difende la privacy, perché non ne può più dell'uso smodato delle intercettazioni telefoniche che stanno decimando i suoi fan club.

Così è diventato paladino della privacy. Sì proprio lui, il proprietario del network televisivo in cui si fa a gara a chi vomita di più, in cui l'entrata in scena di una donna è caratterizzata da inquadrature che ricordano più una visita ginecologica che non un varietà.



Con la faccia di culo di chi sa di essere coccolato come un santino dall'intera malavita organizzata, Berlusconi oggi difende la privacy.

Dopo cinque minuti, di quella stessa privacy se ne sbatte totalmente, e punta il dito sulla famiglia Englaro, esordendo:
«Non capisco come ci possano essere persone che non siano d'accordo con noi!»

E' una caricatura di se stesso, con tanto di plurale majestatis.

Cosa avrà mai fatto di male, la famiglia Englaro, per meritarsi la sua attenzione?

In realtà niente, ma fa comodo che in questo momento i riflettori si spostino dalla politica a un caso doloroso, che monopolizzi l'attenzione dell'opinione pubblica. E più si fa chiasso, meglio è. Tanto a lui della privacy interessa solo quando si tratta d'impedire le intercettazioni telefoniche.

Così, non si fa scrupolo a seminare odio e a far apparire il signor Englaro come un mostro:
«A me sembra che non ci sia altro che la volontà di togliersi di mezzo una scomodità».

Io ne ho conosciuti di uomini di merda, ma come Berlusconi non c'è pari.

Così rincara la dose: «Se uno dei miei figli fosse lì, vivo e, mi dicono, anche con un bell’aspetto e con delle funzioni come il ciclo mestruale attivo e con la capacità di potersi risvegliare visto che il cervello trasmette ancora segnali elettrici, io non me la sentirei proprio di staccare la spina»

Poi, finita la vomitata sugli Englaro, ritorna al suo consueto odio per la Legge. E, come solo un gangster potrebbe fare, prende a diffamare ciò che un normale Presidente del Consiglio dovrebbe considerare sacro: la Costituzione della Repubblica Italiana.

«Mi sono più volte anche pubblicamente lamentato, del fatto che la nostra legge fondamentale dà alle imprese poco spazio. La formulazione dell'articolo 41 e seguenti risente delle implicazioni sovietiche che fanno riferimento alla cultura e alla costituzione sovietica da parte dei padri che hanno scritto la Costituzione»

E' vero, la nostra Costituzione dà poco spazio all'impresa malavitosa.

Articolo 41
"L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali".

Spero che Berlusconi finisca al più presto in malora e gli auguro tanti guai quanti capelli s'è fatto trapiantare su quella sua zucca vuota.

He was my Brother
post pubblicato in diario, il 15 dicembre 2008

Bellissimo video. Da diffondere più possibile.

http://www.youtube.com/watch?v=g6BlIQ-Yc_g 

 


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permalink | inviato da momovedim il 15/12/2008 alle 13:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Saviano - Rushdie, compagni di fatwa
post pubblicato in diario, il 26 novembre 2008
La rabbia, la solitudine, la furia cieca: è possibile combattere con le parole?
di CONCHITA SANNINO

Rushdie-Saviano a casa Nobel

Roberto Saviano e Salman Rushdie


STOCCOLMA - "La parola fa paura solo quando supera la linea d'ombra". Applaudono tutti, qualcuno è commosso. Sono quasi le otto di sera, in una Stoccolma candida e gelida, quando Roberto Saviano parla alla Reale Accademia di Svezia. Sorride e infine stringe la mano e abbraccia Salman Rushdie, "compagno di fatwa", come lo chiama dietro le quinte, per allentare la tensione prima dei loro discorsi paralleli.

LE IMMAGINI DELLA SERATA

Due scrittori lontani e diversi, eppure accomunati dalle conseguenze delle loro parole. Entrambi invitati, pur non essendo premiati, a parlare di un tema che torna ad appassionare lettori e comunità internazionale. Quello che è andato in scena ieri, a pochi passi dalla città antica e dagli allori di cui è disseminata la sede dell'Accademia, è un appuntamento che sembrava impensabile fino a poco fa. Un'analoga iniziativa di sostegno in favore degli scrittori minacciati dai totalitarismi fu infatti respinta dai "padri" del Nobel nel 1989, quando lo scrittore anglo-indiano Rushdie venne condannato dalla fatwa islamista. Una bocciatura che spinse alcuni giurati a voltare le spalle all'Accademia. Proprio una di quelle voci più coraggiose ed "eretiche", l'autrice Kerstin Ekman, si è levata di nuovo, invitando l'istituzione a mostrare pubblico sostegno sul tema della letteratura e della testimonianza di impegno civile. Ma erano seguite le iniziali riluttanze del segretario permanente dell'Accademia, Horace Engdahl, secondo cui l'Accademia non poteva occuparsi dei seguiti "giudiziari", di risvolti prevalentemente "politici" di pur valorosi libri, ritenuti in fondo problemi privati di alcuni scrittori.

Ce n'era abbastanza perché dalle colonne dell'Expressen la signora Ekman tuonasse contro Engdahl: "Ma questo è un problema anche nostro, anche tuo". Una mobilitazione su cui aveva pesato anche l'appello lanciato su Repubblica da numerosi Nobel: dal turco Orhan Pamuk al tedesco Günter Grass a Dario Fo, e con l'aggiunta di Mikhail Gorbaciov.

Qualche mese dopo, l'Accademia reale di Svezia spediva il suo invito non solo a Roberto Saviano, ma anche a Rushdie, per ripagare un torto vecchio di vent'anni, ma non per questo meno sedimentato. Ed è stato proprio Horace Engdahl, ieri sera, a presentare i due scrittori con un'introduzione molto lusinghiera, che ha sottolineato il valore letterario e civile della parola di Saviano e di Rushdie.


ROBERTO SAVIANO
Quei poteri che temono la letteratura

È davvero emozionante essere qui stasera. Quando mi è giunto l'invito dell'Accademia di Svezia, ho pensato che questa era la vera protezione alle mie parole. È una domanda complessa quella che ci interroga stasera: perché una letteratura mette in crisi potenti organizzazioni criminali, che fatturano 100 miliardi di euro l'anno, che massacrano innocenti. Io penso che una delle risposte sia: perché la letteratura ha il potere di svelare i meccanismi, di rappresentare questi crimini non in maniera tipizzata o stereotipata, come molte volte ha fatto anche il cinema - penso alla ferocia glamour de Il padrino di Scarface. Ma li svela parlando al cuore, allo stomaco e alla testa dei lettori.

Ma c'è una differenza tra quanto accade qui in Occidente e quanto accade nei regimi totalitari rispetto alla stessa parola che appare "scomoda" o pericolosa. Nei regimi oppressivi qualunque parola, o verso contrario a ciò che quel dettame impone, diventa condizione sufficiente per essere messo all'indice. Non è così in Occidente. Dove tu scrittore, o artista puoi fare, dire e pensare ciò che vuoi. A patto però di non superare la linea dell'indifferenza o del moderato ascolto. Quando invece buchi la soglia del rullo compressore, quando superi la soglia dell'ascolto e vai in alto, o in profondità, a quel punto e solo allora diventi un bersaglio. Qualcuno ha detto che dopo Primo Levi, e dopo Se questo è un uomo, nessuno può più dire di non esser stato ad Auschwitz. Non di non esserne venuto a conoscenza, ma di non esserci stato. Ecco ciò che i poteri temono della letteratura, quello criminale e gli altri poteri. Che i lettori sentano quel problema come il loro problema, quelle dinamiche come le loro dinamiche.

Quando i carabinieri ti dicono che la tua vita cambierà per sempre, oppure quando un pentito svela in quale data, a suo parere, cesserai di vivere, la prima sensazione, la prima domanda che ti fai è: che cosa ho fatto?

Inizi a odiare le parole che hai scritto, e pensi che siano le tue parole ad averti tolto la libertà di camminare, di parlare, di vivere.

Penso a una giornalista come la Politkovskaja, che ha dato una dimensione universale alla tragedia cecena, non era più solo un problema locale. Penso a uno scrittore come Salamov che ha raccontato l'inferno dei gulag, e con esso l'intera e universale condizione dell'uomo. Dopo quella letteratura, il mondo si sente rappresentato nella sua dimensione più profonda, e quindi non può prescindere più da quella parola. Allora non c'è più Russia o Cecenia o Mosca o Napoli. La mafia può condannarti, ma quello che ti ferisce sono le accuse della società civile, Dicono che stai speculando sul successo, che hai fatto tutto per visibilità. E che stai rovinando il paese. Sono ferito da quest'ultima affermazione. Perché penso che raccontare sia resistere. E stare vicino alla parte sana del Paese, a quella parte che non si arrende, che combatte le organizzazione criminale che hanno in mano grandi fette dell'economia, non solo nazionale. Qualcuno dice anche che sono ossessionato dal sangue, dalle ingiustizie. Ma chi ha dentro un'idea di bellezza e di giustizia, non può non sentire questa esigenza. Penso a quello che diceva Albert Camus: "Esiste la bellezza ed esiste l'inferno. Vorrei rimanere fedele ad entrambi".

SALMAN RUSHDIE
C'è anche chi dice: "Te la sei cercata"

Sono nel posto più geograficamente vicino al cuore della letteratura. Ed è molto importante che qui stasera si discuta della libertà della parola e del terrore che la minaccia. Un terrore vasto e diffuso, che non conosce confini. Talvolta, neanche confini di stupidità, di bizzarria.

Con Saviano ci siamo già incontrati una volta a New York. Abbiamo conversato a lungo e ho potuto rendermi conto di quanto la sua situazione fosse anche peggiore di quella che avevo vissuto io all'epoca, circa venti anni fa. Ricordo che non poteva muovere un passo senza avere almeno tre o quattro persone intorno. Quell'immagine rappresentava per me qualcosa di molto vicino e increscioso, purtroppo.

Il terrore minaccia, in questi anni, tutte le espressioni che hanno a che vedere con la manifestazione di un pensiero libero, che sia fuori dal coro, magari fuori dagli incasellamenti del politically correct. Non sono gli Stati a imporre il rispetto, ma anche le Chiese del mondo in passato hanno sempre teso a mettere dei punti fermi. Purtroppo non ci sono frontiere che tengano, per il terrore. Ma dobbiamo dare il minor potere, il minore spazio possibile a questo nemico.
In questo più vasto scenario, esistono singoli casi di scrittori che diventano bersagli di paura, di minacce.

Ma c'è un modo più subdolo di delegittimare e colpire chi ha scritto parole che danno fastidio: è la delegittimazione della tua genuinità. Ci sono quelli che pensano e dicono che non è stato tutto un caso, che te lo sei cercato, che stai facendo tutto quello che fai, o che hai scritto quello che hai scritto, per un vantaggio personale. E non vedono il prezzo che paghi: anche economicamente, per proteggerti. Dal momento in cui fui raggiunto dalla condanna, questa è la ferita più profonda che mi è rimasta: perché mirava alla mia credibilità, all'integrità morale.

Qui ci stiamo chiedendo se gli scrittori hanno diritto a sconvolgere la vita delle persone, con le loro storie. Ma dal primo momento in cui noi veniamo al mondo, chiediamo storie. Non soltanto le grandi storie, ma anche piccoli fatti, o favole, o leggende, o racconti personali o corali. Anche storie imbarazzanti...

Anzi, a pensarci bene, tante storie interessanti sono imbarazzanti. Perché le storie sono le artefici della nostra crescita: sono quelle che ci aiutano a capire chi siamo, chi vogliamo essere davvero, in quale relazione ci poniamo con il mondo. È la stessa ritualità per eccellenza che distingue le storie delle singole famiglie e poi di una comunità.

Che cosa è, in fondo, la religione, da un certo punto di vista, se non la madre di tutte le storie? Ma questo fa paura a quelli che pensano, dentro di loro, che tu non devi raccontare quello che vuoi. Tu racconti quello che ti dico io, dice la mafia. E la libertà di raccontare la storia che uno ha in testa fa di uno scrittore uno scrittore libero e di un Paese un paese libero.
Saviano racconta storie vere, ma fa i nomi e i cognomi. E questo lo costringe a vivere sotto scorta da tempo. Che poi Saviano sia anche un bel ragazzo, dispiace due volte.

Di solito la gente non pensa alle conseguenze. Che sono drammatiche e anche buffe. A parte che vivere con quattro uomini sotto lo stesso tetto genera spesso dubbi, domande. Io ricordo una volta a Parigi: per prendere un caffè, circondato da uomini di scorta, divenni il centro di un andirivieni, una curiosità infinita. Volevo sprofondare.

Tutti a chiedere: chi è, cos'è, che cosa succede? E chi dall'esterno vede il lato della vanità dello scrittore non sa che in quel momento egli vorrebbe solo dire: facciamola finita, portatemi via. Voglio entrare in un cinema.

(26 novembre 2008)
Castel Volturno: raid della polizia, la denuncia dei Comboniani
post pubblicato in diario, il 23 novembre 2008
 
Il commento del Movimento Migranti di Caserta: "Invece dei camorristi si arrestano gli immigrati"
 
 
Sono neri, sono poveri, sono irregolari. Li abbiamo fatti diventare criminali. L'operazione di polizia coordinata ieri - (e richiesta dal sindaco - ndr) - ha praticamente sgombrato l'American Palace, un condominio dove vivono prevalentemente africani uomini e poche famiglie africane. Durante l'operazione sono state fermate molte persone alcune delle quali deportate ai Centri di Identificazione ed Espulsione (i nuovi CPT) di Bari, Roma, Modena, Bologna e Lamezia. Questi africani pagano l'affitto per un posto letto e il palazzo non e stato occupato irregolarmente. L'American Palace non è il ghetto, o la Soweto di Castel Volturno come una trasmissione televisiva l'ha recentemente chiamato. Quando in un palazzo ci vivono italiani, famiglie o persone singole, il palazzo viene chiamato condominio e non ci sorprende di vedere volti bianchi alle finestre, ma se a queste finestre si affacciano volti neri chiamiamo il palazzo ghetto.  
 

Durante l'operazione le forze di polizia, che hanno ostentato una forza eccessiva, impiegando più di 40 macchine e una quantità esagerata di uomini e mezzi, hanno divelto porte e rotto cose alla ricerca di chi sa quali refurtive. Ci risulta che solo in un appartamento sia stata ritrovata una piccola quantità di droga. Sono neri, poveri e cercano di sopravvivere in un mondo dove gli si vuole "buttare a mare". E' una storia vecchia che continuamente si ripete quando su questo territorio si intravede il denaro e in futuro ne arriverà molto per la realizzazione delle opere dell' accordo di programma: porto, regi lagni … il futuro nuovo impero dei Coppola, i quali dopo aver distrutto l'ambiente, ora dovrebbero ricostruirlo: ma come dice il proverbio il lupo perde il pelo ma non il vizio.
 



Castel Volturno è un grande scacchiere dove tutti noi, piccoli e grandi, corriamo il rischio di essere delle semplici pedine manovrate da chi è in alto. Le forze dell'ordine e i carabinieri, alle osservazioni che noi abbiamo fatto loro rispondono sempre: noi eseguiamo gli ordini, noi siamo esecutori. Questa affermazione ci rattrista perche l'abbiamo sentita ripetuta tante volte nella storia e spesso per giustificare azioni ignobili. Quando si vive dentro l'istituzione senza capacità critica si diventa esecutori di qualsiasi ordine, anche i più disumani.

Ferisce il fatto che in questi mesi a Castel Volturno ci sia stata una strategia che vuole colpire in maniera particolare gli immigrati africani considerati clandestini. L'avevamo prevista e puntualmente si sta realizzando anche attraverso gruppi di sobillatori che da anni fanno le loro campagne politiche e portano avanti ancora oggi una campagna contro gli africani. Questo gruppo crea opinione suscitando una cultura popolare discriminatoria e favorendo sul litorale la guerra tra poveri.

In questi anni abbiamo sempre proposto alle autorità comunali progetti per migliorare la convivenza, per lanciare ponti tra la popolazione immigrata africana e i residenti italiani. Non siamo stai ascoltati a livello comunale. Tuttavia, crediamo ancora che sia possibile costruire un percorso comune per rendere abitabile questa zona. Non crediamo che la repressione risolva i problemi di Castel Volturno.

Siamo contrari alla politica discriminatoria di questo governo nazionale che vergognosamente suscita nella popolazione chiusura e malessere, senza prospettive reali per il futuro se non quelle legate all'egoismo e all'interesse di gruppi partitici. Per questo i problemi di Castel Volturno saranno risolti solo attraverso una prospettiva umanitaria, aperta in una reale progettualità.

Certo tra gli immigrati esiste una criminalità da debellare, ma solo se si "sconfigge" la camorra sarà possibile una vita diversa per tutti. Ma questa purtroppo è una battaglia oggi lontana da realizzarsi perche la camorra è una cultura nella quale tutti noi siamo immersi e un humus nel quale cresciamo. Gli immigrati africani sono l'anello debole, discriminati per il colore della pelle, per la razza e per la loro situazione di precarietà lavorativa ed economica. Discriminazione razziale nei confronti degli africani e danaro, sono alla base di queste operazioni che hanno come solo intento quello di liberarsi degli africani.

Siamo contrari come missionari Comboniani di Castel Volturno e padri Sacramentini di Caserta a queste operazioni poliziesche di coloro che eseguono ordini, senza riflettere e senza una capacità critica. Siamo pronti al dialogo per la costruzione di un progetto umano dove africani e italiani possano vivere serenamente. Siamo anche pronti e moltiplicheremo gli sforzi per collaborare con la rete che da tanto tempo, lotta e resiste al fianco degli immigrati. Non siamo a favore dell'illegalità, ma operiamo affinchè si possano creare percorsi pacifici e inclusivi degli immigrati per la loro legalizzazione diventando così attivi protagonisti nella costruzione della società Italiana.

I missionari Comboniani di Castel Volturno e i Padri Sacramentini di Caserta (P. Giorgio Poletti, P. Claudio Gasbarro, P. Antonio Bonato, Fr. Filippo Mondini)

Fonte:
Missionari Comboniani di Castel Volturno

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permalink | inviato da momovedim il 23/11/2008 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gatti randagi senza più una casa
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2008
Napoli, la città in cui sono nato e vissuto per 35 anni, la città in cui sono nati i miei genitori, le mie nonne e i miei nonni e gran parte dei miei antenati.

Napoli. Ora la guardo da lontano con tristezza.

Vagando nel web ho scoperto che -non so da quando- qualcuno l'ha perfino gemellata con Nablus. Oltre il danno la beffa.

Ho un senso di nausea.

A Napoli c'è un corpo estraneo, un tumore che regna.

Ma esiste e resiste un piccolo nucleo di cellule sane. Il nostro zoccolo duro, che trovi in qualunque quartiere, anche nel più ricco e nel più malfamato.

E sento qualcosa che ci accomuna a Israele: una terra piccola che qualcun altro vuole per i suoi affari loschi. Israele sa resistere. Noialtri no. La nostra piccola terra, ce l'hanno presa.

Siamo gatti randagi senza più una casa.

Loro hanno il pallone, i numeri al lotto, le canzoni neomelodiche, i sangennari. Noi no.

Loro giocano col sangue. Noi no.

Non urliamo e non preghiamo. Come Israele, abbiamo un patto con Dio: un patto minore però, che ci impegna a non rompergli le palle.

Chi vive in Israele forse potrà capire qual è il nostro sconforto quotidiano, pensando al proprio sconforto nel vedere quegli arabi-israeliani che festeggiano con le bandiere palestinesi per un missile o per un attentato nemico.

Noi portiamo dentro un dolore sordo, forse per non riuscire a perdonarci l'ingenuità della sconfitta del 1799.

Ma non soccombiamo. Viviamo come al di fuori del tempo e dello spazio.

Nello sporco che ci circonda ci sentiamo perfettamente puliti,  e marchiamo le differenze con silenzioso orgoglio.

Quando siamo lì, nonostante il mare d'immondizia che ci circonda, cerchiamo un cestino dove gettare la nostra piccola cartaccia, che poi ci rassegniamo a tenere in tasca fino a casa.



                      Giancarlo Siani col suo "bolide", se non sbaglio al belvedere di Agerola.

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permalink | inviato da momovedim il 21/11/2008 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Spero che Obama vinca le elezioni
post pubblicato in diario, il 4 novembre 2008

Nella mia sfera magica
vedo Bassolino e Berlusconi che a braccetto ballano il tip tap
su di un tappeto di munnezza che vale miliardi di euro...

Vedo camorristi che si mettono lo smalto sulle unghie
pensando a tutte le nuove sciantz di bisiniss...

 

E vedo ebrei italiani che si accodano a una sorta di rinascente PNF,
regalando candelabri a gnomi che si fidanzano con arredatrici alte e bionde...
sperando, come nel '29, che il coccodrillo sia poi sazio e non li mangi,
che prenda solo i giudei brutti e cattivi e non quelli buoni e ubbidienti.

Sono tempi strani, i nostri. Tempi in cui ci si crede europei, occidentali, schierati con gli USA ecc. mentre i nostri politici al governo e all'opposizione fanno cose assurde: 

quelli al governo abbracciano Putin...

quelli all'opposizione dicono che Hamas è un interlocutore...

quelli al governo firmano trattati di amicizia-capestro con Gheddafi...

quelli all'opposizione fanno amichevolmente salotto con Ahmadinejad...

 

  Spero che Obama vinca le elezioni e ci metta nell'asse del male!
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