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con la stoffa di re Salomone e l'occhio rapido dello scugnizzo

 

CAMORRISTI, MORIRETE !
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2013
Camorristi, presto anche voi morirete. E i nipotini che oggi vi sorridono e giocano sulle vostre ginocchia, domani verranno a profanare le vostre tombe, a pisciarci sopra ridendo insieme agli amici.

Camorristi, le vostre anime bruceranno nel fuoco dell'inferno, e le vostre ripetute invocazioni a Sant'Antonio non varranno a nulla, così come non valsero a nulla quelle dei vostri predecessori sanfedisti che scomodarono il padovano perché si rendesse vostro complice nel defenestrare San Gennaro, reo a loro dire di aver appoggiato i giacobini!

Camorristi, finirete in un girone infernale in cui le vostre anime, dopo essere squagliate nell'acido, si rigenereranno di nuovo per essere
squagliate un'altra volta, e poi ancora e ancora, all'infinito.

Camorristi, site 'o scuorno 'e ll'umanità!



Treccine color miele
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2012
Treccine color miele
di Fulvio Del Deo



Mi chiamo Ilaria, ho ventisei anni. Sono ancora viva. Riapro gli occhi in un letto sconosciuto. Ho la vista annebbiata e lo zigomo sinistro gonfio che mi ingombra la visuale. Fuori è una giornata stupenda, da starsene a mare fino a tardi. Dalla finestra vedo Capri all'orizzonte, ma non riesco a provare nessuna emozione. Più che il dolore al corpo fa male il vuoto che ho dentro. Un vuoto fisico, carnale. Un'assenza incolmabile.

Riacquisto pian piano coscienza nonostante i farmaci continuino a ottundere i miei sensi, costringendomi in un limbo ovattato. Non ricordo quasi nulla delle botte, dei pugni, solo quel flash improvviso, quella luce accecante che mi ha fatto volare per un attimo su, fino in paradiso ad accompagnare la mia piccina... Il Signore la protegga.

Mi rigiro. Ho il fianco destro pieno di ferite, lividi, escoriazioni e chissà che altro. Vorrei uno specchio. Ma forse è meglio così. Richiudo gli occhi e cerco di capire, mi chiedo come ho fatto ad arrivare fin qui. Fino a questo punto di non-ritorno. Come ha fatto la mia vita a prendere questa piega assurda.

Mi riaddormento. Sogno Andrea, l'estate di tre anni fa. Ma nel sogno non va a finire come andò nella realtà, lui si trasforma in mia madre e così mi risveglio, con un senso di nausea, saranno le medicine... E ho una sete da morire.

L'estate di tre anni fa. Forse fu proprio allora che ebbe inizio il tutto. Era l'ultima sera di vacanze. Eravamo in tenda, nudi, un po' brilli. Ci accarezzavamo e ridevamo di mille sciocchezze. Ero felice. Totalmente serena e allegra. La vita mi sorrideva.

Ci baciavamo, quando Radomir da fuori: «Andrea, veri amici divide tutto. Noi qui ho sljivovica e noi solo in due!» Feci segno con l'indice sul naso, sperando capisse al volo la mia intenzione di fingere di dormire. Invece aprì subito la zip e lasciò entrare lui e la sua biondina tedesca, di cui ho rimosso il nome.

Bevemmo tutti dalla stessa bottiglia. Il bicchiere della staffa: domani ci si dice addio! Veri amici divide tutto. La biondina cominciò ad accarezzare Andrea e Radomir mi guardò con occhi da predatore. A quel punto ero ciucca al 100%, così lo lasciai fare. Intanto vedevo Andrea che scopava sotto i miei occhi con la tedesca. Poi quell'odore estraneo e acre di Radomir mi richiamò alla realtà. Altro che amore universale, qua mi sembrava di essere in un film porno! Mi lasciai fare di tutto, passivamente. A supplizio finito, mi addormentai.

Nel cuore dalle notte uscii a vomitare, mentre in tenda Andrea continuava a dormire indisturbato. Aspettai il chiarore del giorno in riva al mare. Avevo freddo. Mi sentivo sporca, violata. Avrei fatto una doccia bollente.

In viaggio rimasi in silenzio e misi lo stereo al massimo. Per Andrea era tutto ok, guidava portando il tempo sul volante. Finsi di dormire al suo fianco. E così feci sul traghetto e in macchina fino a Padova, dove lui si stava specializzando in psicoanalisi. Io cominciavo a non credere più in niente e in nessuno.

«Non ti fermi un po' per spezzare il viaggio?» «No, a Napoli ho un casino di cose in sospeso... avrei dovuto essere lì già da una settimana», mentii. Sul treno mi accorsi di odiare tutti. Passai tutto il tempo a guardare fuori dal finestrino.

Napoli mi fece tenerezza, nel suo sfacelo quotidiano. Piazza Garibaldi coi suoi emarginati e i suoi emigrati sfigati mi ricordò la proposta di Angela di lavorare nel volontariato, sfruttando la mia conoscenza -si fa per dire- delle lingue straniere.

Mia madre capì subito che era successo qualcosa: «Perché avete litigato?» «Non abbiamo litigato. Semplicemente non voglio più vederlo. Ma lui ancora non lo sa.» Glielo dissi per sms. E lui chiamò subito sul fisso. Sentii la voce melliflua di mia madre in cucina: lei lo adorava. Me lo passò: «Senti, prendila così: le storie finiscono perché qualcosa si esaurisce. Come una batteria non ricaricabile. Mi dispiace.»

Mi buttai a capofitto nel volontariato per cercare di credere di nuovo in qualcosa. C'erano dei ragazzoni neri, cuccioloni bisognosi di famiglia. E io ero lì per loro. Mi spezzavo letteralmente la schiena, dall'alba alla sera. E a casa continuavo a lavorare al computer fino a notte, tentando di risolvere i loro problemi.

"Peppino" si fa chiamare, è da tre anni che cerca di avere il ricongiungimento con la famiglia, ma lo schifo della burocrazia gli mette sempre il bastone fra le ruote. Intanto sua figlia cresce e fra poco dovrà andare a scuola. E lui vorrebbe farle frequentare la scuola qui in Italia, dove ha intenzione di vivere. E poi sua moglie! «Come fa un omo senza la moglie? lui è solo una metà di omo, uno sfigato! Guardo la fotografia e la bacio? Dici, tu faresti così per la vita?» E mi mostra la foto di una ragazza stupenda, con un sorriso bianchissimo fra due guance nerissime.

Io, Angela  e gli altri ci facciamo il culo per un mese per procurarci dei computer vecchi, funzionanti quel minimo per poter scrivere mail, per connettersi con skype, in modo che quei poveretti non spendano tutto in schede telefoniche. E sono tutti così riconoscenti da farmi commuovere fino alle lacrime. Sempre. Non mi abituerò mai alla riconoscenza. Li amo tutti. Sono così indifesi... Non immaginavo che dei giganti come loro potessero scatenare il mio istinto materno.

Poi in quello stesso contesto compare Samir... Fu allora che cominciai a cantare a squarciagola una vecchia canzone di Gianna Nannini. E fu proprio quel "sapor mediorientale" a travolgere la mia vita. Lui era completamente diverso dagli altri, dai cuccioloni neri e indifesi. Lui era determinato, aveva le idee chiare, parlava di politica, di diritti. Era un uomo. Vero, come non se ne vedono più da queste parti.

Aveva lo stesso nome di uno zio paterno che aveva perso un braccio durante la Prima Intifada: «Lui è stato la mia guida spirituale e io sono in debito verso di lui. Perciò continuerò la sua lotta, che è una lotta di diritti di tutti i diseredati del pianeta. Noi dobbiamo combattere contro lo strapotere dei ricchi che vogliono affamare l'umanità e rubare i diritti e la terra ai popoli! Tu per me sei come un angelo, una creatura celeste che porta soccorso, che fa il bene dove c'è chi ne ha bisogno. Tu sei il mio ideale di donna che dà forza all'uomo e coraggio per combattere.»

Vedevo il suo viso abbronzato, e lo sovrapponevo a quello pallido di Andrea. Ascoltavo la sua storia, quella della sua famiglia, della sue gente, narrate con quell'accento arabo che mi fa sempre squagliare... e mettevo a confronto quelle vite piene di ideali con il degrado di quella mia notte ubriaca in tenda.

Mio padre divenne grande amico di Samir. La domenica si mettevano a chiacchierare di politica in soggiorno, mentre io aiutavo mia madre a sbrigare la cucina. Poi portavo loro il caffè.

Quando seppe che ero incinta, ci sposammo. Fu allora che mi chiese di vestire alla maniera islamica. Io accettai di buon grado, perché era una cosa che mi faceva sentire di nuovo "pulita". Mi ero finalmente liberata di quel sudiciume tenace che non voleva scollarsi di dosso, da quelle notte in Croazia.

Peppino invece non fu affatto contento di vedermi velata «No, no! tu hai i capelli belli come il miele, non devi copprire. Allah ama i capelli delle donne come te. Tu non sei superba e non fai arma della tua bellezza. Non devi copprire! Mia moglie, quando tu riuscirai a far venire qui, ti farà le belle treccine piccole come ha la mia bambina. Guarda, ho stampate stamattina con internet la sua foto...»

Lo abbracciai e lo rassicurai che non sarebbe cambiato niente. A lui Samir non era mai piaciuto, lo avevo capito fin dal primo istante. Ma io amavo tutti e due, anche se in modo totalmente diverso. I due avevano una filosofia di vita troppo differente. Peppino diceva: «Si prega Allah. E chi fa il bene avrà da Allah ciò che ha pregato. Non si usa le armi per avere. Allah non vuole che tu uccidi le vite! Lui le ha date e solo lui le toglie. Le armi sono solo per difendere le vite, non per toglierle a persone innocenti!»

Anche a mia madre non era mai piaciuto Samir. Ma le mamme -si sa- rompono sempre! Almeno così credevo all'epoca.

E poi arriviamo a ieri, giovedì 2 agosto. Napoli, via Toledo ore 12 e 45 circa. Un caldo da morire. Io al quinto mese di gravidanza e tanta folla per la strada. Samir cammina accanto a me, leggermente più avanti, fiero. Non vedo l'ora di sedermi in funicolare per risalire al Vomero a casa dei miei. E sì, noi adesso abitiamo quaggiù. Non è il massimo come casa, ma col tempo miglioreremo... La mia piccina scalcia nella pancia? La sento muoversi. Mi gira la testa. Chiedo a Samir di rallentare un po'. Lui premuroso si preoccupa «Problemi?» «No no, ho caldo però. Molto caldo...» «Fa caldo», e continua a camminare.

A un certo punto mi sento proprio soffocare. Così mi scopro la testa, mi levo il foulard e prendo a farmi aria con la mano. Samir si volta rabbuiato «Rimetti subito!» Io lo guardo implorante «Si muore...» «Ti uccido io se non metti subito!!», ripete sottovoce con rabbia. Non lo reggo, non sopporto chi si preoccupa solo delle apparenze. Sbottono anche la camicia e faccio entrare un po' d'aria nella scollatura.

Ecco, è stato allora. Da quell'istante il mio mondo è cambiato: ho sentito un colpo fortissimo alla guancia sinistra. In vita mia, non avevo mai ricevuto un pugno. Sono caduta. Ora ricordo tutto. Lui mi ha presa a calci, ora ricordo. Poi c'è stata la luce, quando ho accompagnato Yazmin dal Signore. Che riposi in pace!

La porta si apre. Compare una donna bellissima, nerissima con la testa piena di treccine, insieme a un bimba ancor più bella di lei, anche lei con la testa piena di treccine. Poi fa capolino Peppino «Si può?»

La donna mi prende le mani e le bacia «Grazie signora, tu hai fatto tantissimo per la nostra vita e nostra felicità. Signore ti premierà. Tu oggi è così nel letto e questa è una brutta cosa, ma domani hai grande gioia e tanto amore, perché tu sai dare gioia e amore!

Peppino sorride «Le vedi come sono belle qui!? Tu hai lavorato molto e anche pregato per questo. E adesso eccole!»

Mi viene voglia di alzarmi subito dal letto per farmi fare i capelli a treccine. Non sarà la violenza di un criminale a farmi smettere di credere nella misericordia di Allah.
De Magistris: Giggì, sei quello che sei !!
post pubblicato in diario, il 18 gennaio 2012
Mentre Gomorra impazza,
così oggi come ieri...


...in una scenografia fatta di munnezza...


...in un clima da western d'infima categoria...


...con schiavi neri uccisi e zingari dati alle fiamme...


...dove i buoni sono sempre pochi e soli...


...tu ti trastulli a baciare il sangue,
aspettando il miracolo del santo ...


...e giochi maledestramente la carta
dell'amico dei popoli oppressi,
ossequiando gli oppressori...


...fottendotene altamente del popolo di Napoli...


...e per farti bello,
togli le auto blu agli assessori,
ma non la tua...



...che con strafottenza lasci in divieto di sosta.


Giggì, sei quello che sei !!
E anche se oggi puoi vantarti
di essere in cima all'hit parade dei sindaci...
RICORDA:
 a me stai ugualmente sulle palle!
Cari Tedeschi
post pubblicato in diario, il 6 giugno 2011
Cari Tedeschi.

Ricordate il 1973 a Napoli, quando ci fu il colera? Era fine agosto, gli Italiani ritornavano a casa abbronzati dalle vacanze, mentre voi vi riversavate qui numerosi e, bianchicci come i malati di Lourdes, invadevate pacificamente il nostro Porto in attesa d'imbarcarvi per Ischia.

Vi affollavate lì nella zona in cui l'infezione era più diffusa. Ed eravate sporchi, sudati per il lungo viaggio in autobus privi di servizi igienici, oppure portavate con voi quintali e quintali di merda nei wc dei vostri caravan...

Ecco, avremmo potuto dire che il colera ce l'avevate portato voi. So che non è vero, ma alla luce degli avvenimenti odierni, credo che ve lo sareste meritato! Non per i vostri (allora vicinissimi) trascorsi storici, che purtroppo ci accomunano in quota tutt'altro che trascurabile, ma per la vostra superbia, per la vostra arroganza, per i vostri vecchi nazisti storpi spediti dalla vostra mutua in giro per i nostri luoghi più ameni, rendendoli in tal modo spettrali e agghiaccianti.

Avremmo potuto insinuare che il colera ce l'avevate portato voi... eppure a nessuno di noi è mai passata per la testa, neanche per un istante, una carognata simile!!

Voi invece non vi siete fatti scrupolo a incolpare gli agricoltori spagnoli per un batterio che voi stessi avete prodotto!! E neanche riuscite a capire se col biogas o con i vostri fottutissimi germogli di soia che, fra l'altro, vi servono solo per darvi un tono...
He was my Brother
post pubblicato in diario, il 15 dicembre 2008

Bellissimo video. Da diffondere più possibile.

http://www.youtube.com/watch?v=g6BlIQ-Yc_g 

 


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permalink | inviato da momovedim il 15/12/2008 alle 13:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gatti randagi senza più una casa
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2008
Napoli, la città in cui sono nato e vissuto per 35 anni, la città in cui sono nati i miei genitori, le mie nonne e i miei nonni e gran parte dei miei antenati.

Napoli. Ora la guardo da lontano con tristezza.

Vagando nel web ho scoperto che -non so da quando- qualcuno l'ha perfino gemellata con Nablus. Oltre il danno la beffa.

Ho un senso di nausea.

A Napoli c'è un corpo estraneo, un tumore che regna.

Ma esiste e resiste un piccolo nucleo di cellule sane. Il nostro zoccolo duro, che trovi in qualunque quartiere, anche nel più ricco e nel più malfamato.

E sento qualcosa che ci accomuna a Israele: una terra piccola che qualcun altro vuole per i suoi affari loschi. Israele sa resistere. Noialtri no. La nostra piccola terra, ce l'hanno presa.

Siamo gatti randagi senza più una casa.

Loro hanno il pallone, i numeri al lotto, le canzoni neomelodiche, i sangennari. Noi no.

Loro giocano col sangue. Noi no.

Non urliamo e non preghiamo. Come Israele, abbiamo un patto con Dio: un patto minore però, che ci impegna a non rompergli le palle.

Chi vive in Israele forse potrà capire qual è il nostro sconforto quotidiano, pensando al proprio sconforto nel vedere quegli arabi-israeliani che festeggiano con le bandiere palestinesi per un missile o per un attentato nemico.

Noi portiamo dentro un dolore sordo, forse per non riuscire a perdonarci l'ingenuità della sconfitta del 1799.

Ma non soccombiamo. Viviamo come al di fuori del tempo e dello spazio.

Nello sporco che ci circonda ci sentiamo perfettamente puliti,  e marchiamo le differenze con silenzioso orgoglio.

Quando siamo lì, nonostante il mare d'immondizia che ci circonda, cerchiamo un cestino dove gettare la nostra piccola cartaccia, che poi ci rassegniamo a tenere in tasca fino a casa.



                      Giancarlo Siani col suo "bolide", se non sbaglio al belvedere di Agerola.

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permalink | inviato da momovedim il 21/11/2008 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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